STORIA DEI LAVORATORI EURECO DI PADERNO DUGNANO : COME IL PROFITTO UCCIDE

L’incidente

Non era la prima volta che si sentivano scoppi dall’azienda vicina a delle abitazioni e a ridosso della superstrada Milano-Meda, e del canale Villoresi ma il 4 novembre 2010 alle 15 Palazzolo Milanese (quartiere di Paderno Dugnano) trema scossa dall’esplosione, una nube nera avvolge lo stabilimento della Eureco Holding (European Ecology International) di via Mazzini. L’azienda dedicata allo stoccaggio di rifiuti “speciali” Tragico il bilancio: sette i feriti gravi. Cinque di loro erano albanesi, due italiani.

In realtà Nel pomeriggio del quattro novembre 2010, iniziava la lenta agonia di quattro operai, Leonard Shehu (37 anni ), Harun Zekiri (44 anni ), Salvatore Catalano (55 anni ), Sergio Scapolan (63 anni). Sono questi in ordine d’età dal più giovane al più anziano, i lavoratori che sono bruciati come torce di fianco alla superstrada più trafficata dell’hinterland milanese.

Riportarono gravi ferite e problemi psicologici Erjon Zheua (29 anni), Ferid Meshi (50 anni), Lulzim Shuli (40 anni) e Kasem Xhani (21 anni) il più giovane.

Che l’Eureco di Paderno Dugnano fosse un luogo pericoloso lo si poteva desumere, dall’elenco dei veleni presenti nel sito andato a fuoco: basta leggere l’ultima autorizzazione concessa dalla Regione Lombardia alla società per avere davanti agli occhi un elenco micidiale. Una lista di, sostanze pericolose e cancerogene che potrebbero essere state diffuse nell’ambiente durante l’incendio.

L’autorizzazione integrata ambientale(AIA) è stata concessa dalla Regione Lombardia il 26 ottobre del 2007, in cambio di una fideiussione di poco più di 500 mila euro. Soldi che dovrebbero garantire la bonifica del sito, una volta terminata l’attività.

La Eureco nel 2006 aveva anche chiesto un ampliamento del deposito dei rifiuti pericolosi da avviare al trattamento, ma la commissione «Via» del Ministero dell’Ambiente, aveva negato l’autorizzazione nel 2008.

Di rifiuti se ne intendeva certamente Giovanni Merlino, all’epoca amministratore delegato della Eureco. Originario della Puglia, ma da qualche decennio era conosciuto tra gli industriali della pianura padana. Con qualche incidente di percorso. Nel 2003 venne arrestato nel corso di una maxioperazione dei Carabinieri di Cuneo, contro un gruppo di imprenditori, mediatori di rifiuti e amministratori comunali. L’accusa per Merlino era di utilizzare le sue ditte per raccogliere rifiuti di diverso tipo, diretti in Toscana ma deviati verso alcune discariche di Sant’Albano Stura.

Il Noe dei Carabinieri di Bologna solo qualche anno fa avevano poi indagato su un’altra società di smaltimento di rifiuti del gruppo di Merlino, la C.R. di Sannazzaro de Burgondi, vicino Pavia. L’operazione, che era denominata “Pseudo compost”, portò all’arresto di cinque persone e a undici sequestri di società. Secondo gli investigatori del Noe il gruppo gestiva un traffico di compost con alto contenuto di sostanze cancerogene, provenienti probabilmente da rifiuti tossici.

Le indagini durarono diversi mesi e coinvolsero Toscana, Emilia Romagna, Friuli e Lombardia. All’epoca Merlino si difese spiegando di aver avuto solo «contatti di lavoro» con la società di Bologna al centro dell’indagine.

Ci fu altro processo che coinvolge Merlino, sempre con l’accusa di gestione allegra di rifiuti pericolosi. In questo caso si trattò di oli contaminati con diossine, che sarebbero stati mescolati con altre sostanze per risparmiare sullo smaltimento. Il processo si tiene davanti al Tribunale di Lodi, per fatti che risalgono al 2005 e 2006.

Nel 2005 alla C.R. di Sannazzaro dè Burgundi, stessa attività della Eureco, e anch’essa di proprietà di Merlino, un lavoratore morì a causa delle ustioni riportate in un incendio scaturito dalla miscelazione dei rifiuti. Merlino se la cavò patteggiando la pena e andò avanti come prima.

Un curriculum di tutto rispetto per il responsabile dell’azienda dove sono morti quattro lavoratori e rimasti ustionati e intossicati altri tre . Che fa scrivere al Gip del processo che Merlino è un “imprenditore privo di scrupoli dedito esclusivamente, e a ogni costo a moltiplicare i propri profitti e consapevole dei gravissimi rischi dovuti all’organizzazione del lavoro all’interno dello stabilimento”

Tra i feriti vi sono lavoratori stranieri di cooperative esterne. È il sistema di abbattimento dei costi che nel nord utilizzano ormai gran parte delle società industriali. Maggiore flessibilità e riduzione del costo del lavoro. Perché nel ciclo – complesso e pericoloso – dei rifiuti quello che conta è sempre e in ogni caso l’abbattimento dei costi. Una politica che apre la strada alle gestioni criminali, basate sullo sversamento incontrollato, sul camuffamento di un rifiuto pericoloso con qualcos’altro di più accettabile e magari vendibile, come il compost, o su rotte che portano verso discariche clandestine”.

La TNL,società che appaltava la manodopera il cui titolare, Adrian Zeqiri, era nipote di Harun, uno dei morti nel rogo del 4 ottobre, aveva sede legale a Napoli. Iscritto nel registro degli indagati insieme al titolare dell’Eureco Giovanni Merlino e a Gianfranco M., l’amministratore della Tnl, la società forniva parte della manodopera alla ditta di stoccaggio rifiuti di Paderno. La Tnl, si scoprì usava emettere fatture false, riceveva i pagamenti tramite bonifici bancari dalle società e restituiva il contante alle stesse, trattenendo una percentuale di compenso per l’attività illecita.

Il Processo

Il 9 luglio 2012, iniziò presso il Tribunale di Milano, l’udienza preliminare del processo EURECO.

Il Comitato e i lavoratori erano in presidio davanti al Tribunale per non dimenticare quelle che vengono

comunemente definite “morti bianche”, ma che invece sono frutto di un processo produttivo malato, criminale, finalizzato esclusivamente al massimo profitto.

Quella delle morti sul lavoro, è una strage quotidiana, una strage silenziosa, che miete più vittime che in una guerra. Ma i “riflettori” su queste stragi, su questo stillicidio quotidiano, sono perennemente spenti, si riaccendono solo quando muoiono almeno tre lavoratori nella solita azienda, per poi rispegnersi subito dopo. Invece i mezzi d’informazione hanno il dovere morale di parlarne sempre di sicurezza sul lavoro, non solo quando ci sono gravi infortuni o morti.

Dalla dinamica del fatto, scaturito da un modo errato di lavorare, all’imprenditore Giovanni Merlino, abituato a processi e sanzioni per non rispetto delle leggi, ed ad altri morti bruciati.

Dal decentramento delle responsabilità lavorative, alla sicurezza solo sulla carta. Per non parlare degli enti pubblici certificatori, che danno permessi e non fanno controlli.

Di questo si sarebbe dovuto discutere nel processo, affinché altri lavoratori e i loro familiari non debbano subire il dolore, l’abbandono da parte delle istituzioni, la mancanza di lavoro e di solidarietà.

Secondo le risultanze investigative del Noe, il titolare dell’azienda era pienamente consapevole delle gravi carenze di sicurezza nel suo impianto, aggravate da un’opera di smaltimento illecito di rifiuti a fini di lucro. L’inchiesta portò alla luce uno scenario in cui l’uomo ritirava rifiuti da aziende che gli pagavano regolarmente lo smaltimento, per i cosiddetti rifiuti speciali e pericolosi.

Dopo il ritiro, non conferiva quelli pericolosi nelle discariche autorizzate, ma faceva aprire i contenitori sigillati e trattare i rifiuti pericolosi dai suoi operai, pur non avendo alcuna autorizzazione in merito, allo scopo di mischiarli ad altri e quindi “trasformarli” in rifiuti comuni, che poi venivano portati in discariche normali, pagando meno e aumentando di conseguenza i ricavi. Tutto questo senza le più elementari norme di sicurezza.

L’inchiesta della Procura distrettuale antimafia di Milano e della Procura di Monza individuò le cause tecniche dell’incendio che provocò morti e feriti. Si tratta dell’operazione di miscelazione dei rifiuti pericolosi, detta “setaccio molecolare”, che sprigiona dei gas pericolosi e infiammabili. che venivano manipolati dagli operai in violazione della normativa in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

All’apertura del processo, furono pretestuosamente rifiutate la possibilità di costituirsi parte civile al Comitato a sostegno dei familiari e delle vittime ed ai lavoratori Eureco, a Medicina Democratica, all’Associazione Italiana Esposti Amianto e all’Amnil

La sentenza dei giudici hanno condannato Giovanni Merlino, a cinque anni di reclusione (con rito abbreviato) con interdizione – sempre per cinque anni – dai pubblici uffici. L’ Eureco è stata poi condannata a pagare 300 quote di sanzione pecuniaria da 600 euro ciascuna. Sono stati stabiliti anche i risarcimenti per le parti civili rimaste: tra le altre, all’Inail vanno 500mila euro, alla Cgil 20 mila, al comune di Paderno quasi 50mila.

Successivamente Merlino fece ricorso in Appello, e in Cassazione, senza ottenere una diminuzione della pena, essendo accertate le sue gravi responsabilità nella morte di quattro operai. Le loro vite valgono immensamente di più del profitto ricavato.

Questa non è una vicenda isolata, perché di morti sul lavoro e di giustizia negata è pieno il nostro bel paese.

Fino a quando permetteremo che ciò avvenga?

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