LOMBARDIA IN « ZONA ARANCIONE », MA NON È VERO LOCKDOWN

Da lunedì 1° marzo, la Lombardia sarà nuovamente in « zona arancione ». Torneranno in vigore, quindi, una serie di limitazioni nella vita quotidiana, tra cui il divieto di circolazione tra le ore 22 e le 5 del giorno successivo; il divieto di spostamenti tra comuni, tranne che per ragioni lavorative; la chiusura dei centri commerciali nei giorni prefestivi e festivi.

A ciò si aggiunge la chiusura delle scuole nelle « zone arancione rafforzate », ovvero l’intera provincia di Brescia, otto comuni in provincia di Bergamo e quello di Soncino in provincia di Cremona. Infine, si trovano in « zona rossa » i territori di Bollate (Milano), Viggiù (Varese) e Mede (Pavia).

La situazione sanitaria resta grave in tutto il Paese: in Abruzzo, si va verso la chiusura delle scuole dalle elementari fino alle superiori per l’impennata di contagi; in Piemonte otto comuni sono stati posti in « zona rossa »; prosegue il blocco dell’attività didattica in presenza in tutta la Campania.

Tornando alla Lombardia, siamo comunque ben lontani da una situazione di lockdown: secondo i dati pubblici forniti da EnelX, nella settimana tra il 22 e il 26 febbraio 2021 i flussi di mobilità all’interno della Regione sono stati del 176% superiori a quelli del periodo di chiusura totale del 2020 (dal 22 marzo al 3 maggio).

Dal punto di vista normativo, il decreto-legge 23 febbraio 2021, n.15, non ha portato grosse novità, limitandosi a dare copertura legislativa alla classificazione del territorio nazionale in zone e ad alcune precisazioni di dettaglio sull’applicazione dei divieti di spostamento. Il governo Draghi, sotto questo aspetto, agisce in continuità con il precedente.

Quali considerazioni politiche si possono fare in questa situazione?

In primo luogo, è evidente la volontà dei governi nazionali e regionali di non colpire le attività economiche principali, limitando le chiusure ai settori della ristorazione, agli esercizi commerciali e pochi altri. Le fabbriche, i magazzini, gli uffici non subiscono vincoli, a parte qualche « raccomandazione » di incentivare lo smart working, dove possibile.

La tutela dei profitti prevale su quella della salute. Le organizzazioni sindacali conflittuali dovrebbero, a fronte dell’aumento dei contagi, stimolare la mobilitazione per una sospensione generalizzata delle attività economiche, ovviamente coniugata alla difesa del reddito di lavoratori e lavoratrici. Laddove possibile, dovrebbero essere promossi scioperi in tal senso, come avvenne in molte fabbriche nel marzo dello scorso anno.

In secondo luogo, è conclamato che la Regione Lombardia ha pagato un prezzo molto salato in termini di vite umane a causa della pandemia. La gestione dell’emergenza è stata largamente deficitaria, al punto da costringere il presidente Fontana a sostituire il « pittoresco » assessore Gallera con Letizia Moratti. Le ragioni profonde dell’insufficiente risposta del sistema sanitario italiano alla crisi pandemica risiedono, però, nelle politiche di austerità e di taglio della spesa pubblica, che dagli anni Novanta del secolo scorso sono state promosse da governi nazionali di tutti i colori politici e applicate da giunte regionali altrettanto variegate. Alle quali si è aggiunta la tendenza a favorire il lucroso settore privato nell’ambito della sanità.

Per questa ragione non ci ha mai convinto la parola d’ordine del « commissariamento », proposta da alcuni, che tende ad occultare le responsabilità del governo nazionale e a proporre quale soluzione per la Lombardia il semplice ricambio politico ai vertici della Regione.

Infine, il tema della scuola (e quello connesso dei trasporti pubblici) continua a suscitare grandi passioni e vivaci prese di posizione. È fuori di dubbio, per noi, che la didattica a distanza comporta una perdita di relazioni e quindi impoverisce l’azione educativa; e mette in difficoltà soprattutto i ragazzi e le ragazze delle famiglie più povere e disagiate, aumentando il rischio di abbandono.

Non condividiamo però alcune semplificazioni del dibattito, secondo cui le scuole sarebbero un luogo intrinsecamente sicuro dal punto di vista dell’epidemia. Anche in tema di scuola e trasporti pubblici paghiamo decenni di tagli alla spesa, e, di conseguenza, le rivendicazioni si devono porre su questo terreno: assunzioni di personale, massicci interventi infrastrutturali, un piano di sviluppo pluriennale, etc. Solo in questo modo è possibile coniugare il diritto all’istruzione e la tutela della salute.

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