Pubblichiamo la seconda parte di un opuscolo che sul progetto di ristrutturazione di Piazzale Loreto che abbiamo prodotto e diffuso in quartiere alcuni mesi fa ( la prima parte a questo link http://www.milano-anticapitalista.org/2025/10/30/milano-destra-o-sinistra-purche-si-speculi-sulla-nostra-pelle/ )
A chi serve questo progetto?
Di solito si pensa che l’amministrazione pubblica funzioni più o meno in questo modo: c’è un politico eletto dai cittadini che ha davanti a sé i problemi della sua città e cerca di risolverli. In particolare immaginiamo che quando si tratta di pianificare il territorio ci si metta con una cartina davanti e si cerchi di capire quali sono gli interventi maggiormente necessari, o quelli che meglio possono migliorare la vita dei cittadini, e quindi successivamente si cercano delle aziende che possano realizzare gli interventi stabiliti. Non è sempre così.
In realtà sempre più spesso avviene il contrario: sono le aziende che propongono dei progetti, o come in questo caso, dei possibili bandi, alle amministrazioni, e le amministrazioni scelgono se dar seguito o meno ad essi. Sembra la stessa cosa, ma non lo è: nel primo caso a essere trainante è il Comune, è l’amministrazione pubblica; nel secondo caso sono le aziende. Proponendo direttamente i progetti ai Comuni, incontrandone gli amministratori, i costruttori fanno quella che si chiama lobbying, cioè un’azione di coinvolgi- mento e pressione. A questo punto i valori e la posta in gioco cambia: non si tratta più di definire quali sono gli interventi necessari, ma di accontentare questa o quell’azienda, che si trovano così a spartirsi il mercato. È vero che esistono ancora i bandi pubblici e le gare d’appalto, come nel caso di Piazzale Loreto, e non si può affidare un progetto di milioni di euro di- rettamente a un’azienda, come si fa a chi ci ristruttura casa: però è sempre più stretto il rapporto tra aziende e amministrazioni, e influenzando quindi anche i criteri con cui vengono fatti i bandi. È quanto è avvenuto già per altri interventi di trasformazione urbana: City Life, Porta Nuova, e adesso la “riqualificazione” dei quartieri di Santa Giulia e degli scali ferroviari.
Nel caso specifico, le cose sembrano essere andate così: a Milano il rappresentante di Bloomberg Philantropies, Alan Freed, è il consulente delle iniziative sul clima e la sostenibilità del Comune. La Bloomberg Philantropies è una fondazione di proprietà dell’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, e fa parte di C40, una rete di città e aziende (alquanto inquinanti, a dire il vero) come Google, Ikea e addirittura FedEx, con l’obiettivo di costruire iniziative contro la crisi climatica. E C40 è alla base proprio del bando di gara per Piazzale Loreto. Ora, sembra evidente che Bloomberg abbia fatto un’azione di lobbying, convincendo il Comune che il bando di gara di C40 fosse un’opportunità da coglie>re, e sembra evidente che questo si rivelerà un vantaggio per tutte le aziende partner della rete, compresa Bloomberg.
È così che un progetto pubblico finisce per incarnare più il pensiero e gli interessi dei suoi ideatori che non delle necessità reali dei cittadini. Piazzale Loreto è un ottimo esempio: come si sa, è uno snodo principale del traffico milanese, e uno snodo particolarmente pericoloso, come dimostra il fatto che negli ultimi anni hanno perso la vita diverse persone proprio in quel punto. Si presuppone dunque che la riqualificazione di Piazzale Loreto parta da questo problema, perché è quello più sentito a livello cittadino e più urgente da risolvere.
Invece no.
La città dei turisti: svago e divertimenti dove nessuno lavora
Nella documentazione reperibile si parla sì di viabilità, ma in modo accessorio: si inseriscono delle piste ciclabili nel progetto, ma sono un di più. Il centro del progetto è l’idea di città come svago: una città che sia innanzitutto bella da vedere, e poi dove ci si possa rilassare, dove ci si possa sedere, e fare shopping. Anche qui emerge come al solito l’infantilizzazione della cittadinanza: è come se le persone non lavorassero mai. Tutto ciò che si fa nelle nostre città non serve per migliorare la vita alle persone che lavorano, per permettergli di arrivare in ufficio senza imprecare nel traffico o per migliorare i mezzi pubblici, che presentano numerosi disservizi. Al contrario, il centro degli interventi urbanistici riguarda il tempo libero. Perché? Perché nel tempo libero si spendono soldi. E chi spende i soldi? I turisti ricchi.
Ecco perché, nell’era di Amazon e del commercio online, nell’era in cui i centri commerciali sono sempre più vuoti, e, soprattutto a Milano, vediamo vie piene di negozi chiusi e saracinesche abbassate, si cerca ancora di aprire nuovi centri commerciali. Anzi, si trasforma una piazza in un centro commerciale. Non è una questione di spazi: gli spazi ci sono, anche in quartiere. Basta fare un giro in via Padova e contare i posti vuoti. È che non sono abbastanza attraenti. Invece, un centro commerciale a forma di piazza è un’idea trendy, cool, che può attirare i turisti e soprattutto i turisti ricchi: gli industriali arabi, i ricchi cinesi, gli aristocratici di mezzo mondo.
Tutto il resto è accessorio: è green-washing, o social-washing, cioè è una pittura superficiale, una patina di ecologismo o di buoni sentimenti che però è inessenziale: non è per quello che si fa il progetto. Quella è l’apparenza, la confezione. Ma i soldi non si muovono per delle belle idee: i soldi si muovono solo perché seguono altri soldi.
Privatizzare una piazza, privatizzare la società
Veniamo a un’altra nota dolente della vicenda, che abbiamo accennato prima: la privatizzazione di Piazzale Loreto. Detta in questo modo è imprecisa, perché in realtà non si sta privatizzando l’area, ma vendendo il diritto di superficie per 60 anni. Quindi formalmente il territorio rimane del comune di Milano, ma di fatto l’a- rea verrà gestita privatamente nel lasso di tempo pattuito. Se già l’idea di costruire un centro commerciale risponde a interessi privati, la privatizzazione della piazza ne è un passaggio ulteriore. Non è una cosa nuova: anche lo stesso si è fatto con Piazza Tre Torri, quando è stata costruita City Life (e questo dovrebbe, detto fra parentesi, far riflettere su come amministrazioni di diversi colori si trovino spesso a compiere le medesime scelte).
E il fatto che non sia una cosa nuova non è certo rassicurante: ci stiamo abituando a cedere degli spazi pubblici come se fosse normale, e come se, in fondo, la proprietà nominale da parte del Comune valga più dell’utilizzo effettivo di quegli spazi. Come hanno fatto notare Domus e altre riviste, si potrà protestare in una piazza privata? Si potranno organizzare delle manifestazioni? Bisognerà fare richiesta all’azienda che ha vinto l’appalto? Ma anche, banalmente, essere liberi di sedersi dove si vuole, andare e venire come uno preferisce; di suonare la chitarra o organizzare una lettura pubblica di poesie. Questo si può fare, legalmente, in un luogo pubblico. Nessuno ti può dire niente, a meno che non si disturbi. In un luogo privato? Le pubblicità e i cartelloni di Loreto Open Community parlano di società aperta, inclusiva, di un posto bello da vivere e da vedere. Ma a quale condizione?

La finta città dei ricchi e la vera bolla speculativa
A condizione di essere ricchi, verrebbe da dire. Di potersi permettere 5, 7 o anche 20 euro al giorno per poter sostare in un caffè della piazza. Di poter pagare per “lo spazio coworking”, come se fossimo tutti imprenditori e liberi professionisti.
È il fenomeno che viene chiamato gentrificazione: detto in termini più semplici, si prendono i poveri e li si buttano via. Certo, non in modo coercitivo. O non sempre, almeno. Però si fa in modo che sia impossibile vivere dove si è sempre vissuto. Al di là delle questioni ecologiche, ambientali, morali riguardo la costruzione di un centro commerciale in una piazza, al di là an- che della proprietà di quella piazza, c’è un problema molto concreto e molto pressante, che riguarda la vita delle persone. Quanto costerà la merce di quel centro commerciale? Quanto costerà sedersi in un bar?
Non è vero che la concorrenza agisce sempre abbassando i prezzi. Se Piazzale Loreto inizia a diventare un luogo per ricchi, allora questo attirerà aziende che hanno quella clientela come obiettivo; e questo significherà che arriveranno più persone ricche, magari semplici turisti, che possono spendere di più. E questo farà sì allora che tutti i prezzi salgano. È un fenomeno già in atto ed è sotto gli occhi di tutti. I prezzi delle case sono saliti, i prezzi dei bar e dei locali. E anche i prezzi dei supermercati, che fino ad adesso sono più bassi rispetto agli altri quartieri, saliranno. Se uniamo questo al fatto che siamo in una profonda crisi economica, che già il costo della vita è troppo alto e che l’incertezza lavorativa è la norma nella nostra società, non ci dobbiamo stupire che i poveri stiano iniziando ad andare altrove, a trovarsi altri quartieri, e anche altre città.
È una questione che riguarda il quartiere di NoLo, ma riguarda tutta Milano: la città è al centro di una bolla speculativa in cui i prezzi degli immobili soprattutto, ma di qualunque bene sono molto più alti che altrove. Il problema è risaputo, e non serve un veggente per capire che questo gioco non può continuare all’infinito. L’idea di società che emerge sia dalla trasformazione di Piazzale Loreto, sia dalle Olimpiadi o dagli scali ferroviari, al di là dei proclami e delle belle parole, è perdente in partenza, perché non fa che aumentare la bolla speculativa. Già adesso Milano sta perdendo gran parte della sua attrattiva proprio per via di questo fenomeno: per fare un esempio, i ragazzi preferiscono studiare a Torino, perché i prezzi delle case sono più bassi. Non solo la città dei ricchi è un progetto basato su una narrazione falsata che nasconde i lavoratori e i poveri, ma è anche un progetto destinato a fallire, perché già adesso i prezzi sono insostenibili per la popolazione. Non passerà molto tempo che anche altri settori della società smetteranno di scegliere Milano. E allora cosa faranno i nostri amministratori?
Guarderanno le rovine, bevendo un drink nella nuova e modernissima Piazzale Loreto che hanno costruito.
Per approfondire:
Giorgia Martini, LOC – Loreto Open Community e la degenerazione dello spazio pubblico a Milano, Fuorisalone. it, 6 febbraio 2023
Alessandro Benetti, Piazzale Loreto non esisterà più, Domus, 24 maggio 2021
Luca Beltrami Gadola, L’operazione Piazzale Loreto, 17 ottobre 2023
“Loc” Loreto Open Comunity. Rigenera- zione urbana?, Sovranità Popolare, 30 settembre 2023
Lucia Tozzi, Privatizzare piazzale Loreto, Il Tascabile, 3 ottobre 2023


