Lo scorso ottobre è stato siglato il cosiddetto accordo di “Cessate il fuoco” a Gaza.
Da allora, sono almeno 600 i palestinesi uccisi a nell’area dall’esercito israeliano e i bombardamenti non sono mai cessati; così come sono sostanzialmente state mantenute le restrizioni relative all’accesso di aiuti umanitari, con il valico di Rafah chiuso e aperto parzialmente e in via sperimentale. A tutto ciò aggiungiamo l’arrivo di un inverno particolarmente piovoso e rigido come non si vedeva da parecchi anni, che ha stremato duramente la popolazione, costretta a vivere in tende o rifugi di fortuna. Ai bombardamenti si è quindi aggiunto il freddo, il fango e l’ulteriore crollo di palazzi resi pericolanti dalle bombe.
Parallelamente, l’azione congiunta dei coloni sionisti suprematisti assieme ai militari israeliani ha ulteriormente ampliato il numero delle zone occupate in Cisgiordania, avanzando nell’operazione di annessione completa della regione: a oggi sono infatti 210 gli insediamenti, illegali secondo la normativa internazionale, nella regione, e solo nello scorso dicembre sono state approvate dal governo israeliano 19 nuovi insediamenti (cioè occupazioni). Del resto è di queste ore la notizia che gli USA apriranno diverse sedi consolari nei territori occupati dando ancora una volta il chiaro segnale di approvazione della criminale politica del governo israeliano.
Tutto ciò chiude definitivamente la prospettiva agitata per anni del “due popoli e due stati”. La riproposizione di una soluzione politica è legata, oltre evidentemente alla vera fine delle ostilità, ad un lungo e lento lavoro di ricostruzione di un tessuto di relazioni che oggi è impossibile vedere. Occorrerà sanare ferite profondissime e per questo occorre una volontà lontana dal poter essere percepita oggi.
LA FALSA TREGUA
È più che evidente: la tregua non c’è mai stata. La guerra non è mai finita, ma la campagna di disinformazione che è stata lanciata dai media filo-israeliani nel mondo ha fatto sì che il poderoso movimento di solidarietà che si è visto lo scorso autunno si sia sostanzialmente fermato. Ormai sui giornali e nei media non si parla più di Palestina, se non marginalmente, e l’opinione pubblica non lo sente più come un tema “caldo”, al contrario dei recenti avvenimenti in Venezuela e in Iran. In pochissimo tempo delle mobilitazioni enormi (ricordiamo il milione di persone a Roma il 3 ottobre) si sono ridotte a poche migliaia di militanti. Come è stato possibile?
A nostro modo di vedere, una delle ragioni fondamentali è stata la mancanza di una vera e propria struttura di movimento: si è trattato di campagne enormi, ma interamente costituite sull’onda dei media e motivate da un generico afflato umanitario, e questo ha fatto sì che alla prima notizia di “cessate il fuoco” le mobilitazioni si esaurissero. Come abbiamo già visto con le grandi mobilitazioni ecologiste come quelle di Fridays For Future, vi è un’enorme difficoltà di creare una base militante che riesca a resistere alle fluttuazioni dei media: se un argomento sparisce dai giornali e dalle televisioni, sparisce anche dall’attività di chi scende in piazza.
Non solo: la riuscita o meno delle mobilitazioni dipende fortemente dalla lettura che i mass media danno dei fenomeni politici. L’attuale assenza di mobilitazioni riguardo gli avvenimenti in Iran e in Venezuela è la diretta conseguenza del riflusso delle manifestazioni per la Palestina. Mentre (grazie anche a un’opera di controinformazione fatta da attiviste e attivisti in tutto il mondo) a un certo punto anche i giornali più mainstream non si sono potuti esimere dal raccontare le nefandezze di Netanyahu e del governo israeliano, la lettura degli ultimi avvenimenti politici sembra essere molto più complessa. Siamo infatti di fronte a due narrazioni contrapposte e ugualmente parziali, e in cui quella reazionaria è sicuramente quella predominante.
LE SIRENE DEL CAMPISMO
Dall’altro lato, però, nel campo della sinistra comunista e antagonista, vi è il fiorire di letture semplificate della realtà, che impediscono di fare un bilancio serio sia della questione in Ucraina come in Venezuela, sia in Iran, sia in Palestina. In tutti questi casi l’interpretazione che generalmente viene data riguarderebbe il ritorno della situazione geopolitica a una divisione in due blocchi uno imperialista (USA e NATO) e uno antimperialista (Brics), che non considera le contraddizioni reali che si stanno sviluppando a livello mondiale. Se è innegabile che vi è negli ultimi anni un innalzamento della tensione nel mondo, bisogna però considerare che non stiamo affatto andando verso una riduzione del quadro politico a due soli blocchi: la frattura sembra essere scomposta e variegata. Da un lato, infatti, le contraddizioni dei BRICS non permettono di considerarli un blocco unitario tanto più che alcuni degli stati che vi aderiscono (a partire dalla Russia putiniana) si muovono con evidenti interessi imperialisti in varie aree del mondo; dall’altro stiamo vedendo delle inedite tensioni anche tra Stati Uniti ed Europa, che potrebbero portare a una ridefinizione della Nato, o a conseguenze ancora più inaspettate.
Inoltre, e qui sta il vero problema, anche ammesso che si stia andando verso una semplificazione della situazione internazionale in senso binario, non è possibile scegliere con tanta facilità uno dei due campi. Se, per ovvi motivi, non possiamo stare con gli Stati Uniti e i loro interventi imperialisti, non si può neanche propendere per le fazioni opposte, in nessuno di questi casi. L’attacco in Venezuela è stato un atto proditorio, al di fuori di qualsiasi diritto internazionale; tuttavia è difficilmente negabile che Nicolas Maduro nei dodici anni del suo governo abbia creato un potere clientelare, che è culminato nella negazione delle elezioni dello scorso maggio, i cui risultati non sono mai stati pubblicati; allo stesso modo diventa difficile sostenere contro gli Stati Uniti il governo dell’Iran, che dopo aver ridotto quasi alla fame la sua popolazione sta utilizzando una repressione inaudita contro i manifestanti, con stime che arrivano fino a decine di migliaia di morti. In Ucraina poi la pervicace intenzione di Zelenski di unirsi al patto atlantico fa perdere di vista a molti/e la natura imperialista dell’aggressione russa.
PALESTINA: INTANTO CAPIAMO DI COSA PARLIAMO
La questione palestinese, però, è ancora più complessa e porta con sé delle particolarità che vanno analizzate. Allo stato attuale, infatti, a contrapporsi al governo israeliano e alle sue politiche è il cosiddetto Asse della Resistenza, che comprende al suo interno una molteplicità di attori, tra cui Hamas, la Jihad islamica e l’FPLP, l’unica organizzazione di ispirazione dichiaratamente marxista. Bisogna poi menzionare l’OLP, storico partito della lotta armata palestinese, che però ha conosciuto un processo di burocratizzazione e compromissione con la politica israeliana tale da essere fortemente screditato di fronte alle masse palestinesi e non essere più considerabile in opposizione al sionismo, come dimostra l’attuale immobilismo nei confronti dei nuovi insediamenti e i rapporti con settori dell’estrema destra europei (non ultima la partecipazione del suo leader, Abu Mazen, al festival di Atreju promosso da Fratelli d’Italia).
Riguardo l’FPLP, invece, è difficile reperire informazioni: è stato un partito di un certo peso politico fino ai primi anni Duemila, ma poi ha conosciuto un progressivo declino, e ad oggi non sappiamo esattamente quale sia il suo ruolo, anche perché il suo gruppo dirigente è stato in gran parte eliminato dalle IDF. Gli altri due partiti, invece, sono ben presenti e radicati nella società palestinese, ed entrambi affondano le loro radici nel fondamentalismo islamico.
Hamas in particolare, all’origine dell’azione del 7 ottobre del 2023, è al centro di una virulenta discussione che ha attraversato sia i sostenitori del regime razzista israeliano che anche le aree che si sono mobilitate contro la feroce aggressione dell’IDF al territorio Gazawi. Nel movimento di solidarietà alla Palestina si va da posizioni sostanzialmente acritiche che identificano in Hamas la resistenza palestinese ad altre che invece denunciano questa organizzazione come islamofascista. Anche questa situazione, come quella internazionale più in generale, crediamo sia complessa e contradditoria e non possa essere limitata a letture semplicistiche. Se non possiamo ignorare la matrice islamista di quell’organizzazione, con tutto quello che ciò significa, non possiamo neppure non tenere conto che indubbiamente larghi settori della popolazione palestinese vede in questa organizzazione la possibilità di resistere all’azione genocida dell’esercito israeliano.
Tenere conto di questo non vuol dire, a noi è chiaro, concordare con tutte le azioni di Hamas (a partire dalla metodologia con cui ha gestito l’azione del 7 ottobre), tantomeno con il suo impianto ideologico. Nello stesso tempo la mobilitazione in solidarietà al popolo palestinese non può essere frenata e compromessa da critiche, anche giuste e condivisibili, alle sue direzioni. Il compito della solidarietà internazionale, tanto più oggi a fronte del progetto di espropriazione immobiliarista portato avanti da Trump e dal fior fiore dei dittatori e pescicani di tutto il globo con il Board of peace (pace sich!), è ancora più forte oggi e non è possibile tirarsi indietro. Peraltro se parliamo di autodeterminazione del popolo palestinese, sarà il popolo palestinese a decidere di se stesso.
A breve partirà una nuova spedizione della Sumud Flottiglia che punterà a smascherare la finta pace e la prosecuzione dell’operazione di pulizia etnica antipalestinese operata dallo stato d’Israle. Nostro compito utilizzare questo evento per fare ripartire il movimento di solidarietà.


