Il governo Meloni si era impegnato con i suoi poteri forti a continuare l’agenda Draghi, accentuandone il carattere guerrafondaio e reazionario: da una parte pugno duro contro gli oppositori e il movimento di resistenza popolare, guerra ai poveri e guerra tra poveri e dall’altra maggiore accentramento dei poteri, togliendo quella poca autonomia che le varie istituzioni della Repubblica (Camera, Senato, governo, presidenza, corte costituzionale, magistratura, ecc.) hanno l’una dall’altra ed eliminando o comunque riducendo fortemente la possibilità che le masse popolari interferiscano nelle relazioni tra le varie istituzioni della Repubblica. Il tentativo è andato a sbattere contro il malcontento, l’indignazione e la ribellione di una vasta parte delle masse popolari, soprattutto giovanili, che si sono espresse su ampia scala nelle mobilitazioni per “bloccare tutto” per la Palestina dell’anno scorso confluite poi nel voto al referendum del 22 e 23 marzo.
- La partecipazione al voto
L’affluenza al 58,9% ci dice che essere un Paese di sonnambuli (definizione del Censis) non è destino manifesto, ma tendenza che può essere sovvertita.
Su poco più 51 milioni di elettori (circa 46 milioni in Italia e 5 milioni all’estero), hanno votato in 28.6 milioni: circa 27 milioni in Italia (il 58.9% degli elettori), e 1.5 milioni all’estero (il 28.5%).
Tenendo conto che alle ultime tornate elettorali (elezioni europee del 2024 e amministrative del 2025) ha votato meno del 50% degli elettori, mentre alle politiche del 2022 aveva votato il 62%, la partecipazione è stata significativa. Il referendum ha portato a votare contro il governo Meloni alcuni milioni di nuovi (in particolari giovani e giovanissimi) e riportato a votare vecchi elettori che non votavano più. Nonostante che il governo (per ostacolare il voto per il No) ha impedito a centinaia di migliaia di studenti fuori sede (ma anche di lavoratori) di votare nei luoghi di studio (o di lavoro), diversi di loro sono tornati a casa proprio per votare NO.
La partecipazione è stata in quasi tutte le regioni ampiamente al di sopra del 50% (tranne la Sicilia e la Calabria dove è stata rispettivamente del 46% e 48%) e in diverse (Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte) al di sopra del 60%, con punte del 66% (Emilia Romagna) e 65% in Toscana e Umbria.
La prima considerazione è che quando la battaglia è chiara e gli obiettivi definiti (contro il governo Meloni, difesa della Costituzione) le masse popolari partecipano al voto, a conferma che l’astensionismo di massa è una forma di distacco e ribellione al sistema di potere della borghesia e alle liturgie del teatrino della politica borghese.
L’affluenza al Sud è di circa dieci punti inferiore al Nord. Un motivo sempre più strutturale viene spesso tralasciato: i registri elettorali dei Comuni meridionali riportano i nomi di tante persone che al Sud non ci vivono più. È il frutto dell’emigrazione, l’emorragia di braccia e cervelli: più di un milione di emigrati dal 2014; perdita netta di 116mila persone nel solo biennio 2023-24. È un pezzo della enorme Questione Meridionale. Che l’eventuale autonomia differenziata peggiorerebbe.
- I risultati del voto
Per valutare l’esito elettorale dobbiamo considerare che erano per il Sì oltre ai partiti che fanno parte del governo Meloni (che alle elezioni del 2022 avevano raccolto circa 12 milioni di voti), anche Azione di Calenda (che alle elezioni del 2022 aveva raccolto, in coalizione con Italia Viva di Renzi, circa 2 milioni di voti) e anche diversi esponenti del PD (dalla Picierno a Minniti), mentre Italia Viva di Renzi aveva dato libertà di voto. Quindi interi settori del polo PD (quelli favorevoli alle Larghe Intese) erano schierati sulle posizioni del governo Meloni nella battaglia referendaria.
Perché questo alto tasso di partecipazione? Perché questo non è stato un referendum tecnico, ma politico. Chi è andato a votare ha capito che l’obiettivo non era la separazione delle carriere dei giudici, bensì l’attacco alla separazione costituzionale dei poteri, col tentativo di accelerazione sulla strada di una maggiore influenza e controllo del potere esecutivo su quello giudiziario. A uscire sconfitti da questa tornata sono innanzitutto tutti coloro che, a destra come a sinistra, hanno insistito che occorreva rimanere sul merito tecnico della riforma.
Sui 28.6 milioni di votanti (Italia+estero) i NO sono stati circa 15 milioni (53.2%) mentre i Sì sono stati 13.2 milioni di voti (46.8%). In dettaglio i dati sono:
| Elettori | Votanti | % | NO | % | SI | % | |
| Italia+Estero | 51.422.000 | 28.624.000 | 55.7 | 15.084.000 | 53.2 | 13.252.000 | 46.8 |
| Italia | 45.944.000 | 27.061.000 | 58.9 | 14.461.000 | 53.7 | 12.448.000 | 46.3 |
| Estero | 5.479.000 | 1.563.000 | 28.5 | 623.000 | 43.7 | 804.000 | 56.3 |
Totali schede bianche e nulle (Italia+Estero): 306.000
I 15 milioni di No hanno espresso una sorta di “riserva” di energie democratiche che nella quotidianità politica non si esprimono, ma sono entrate in gioco oggi che hanno reputato che il rischio fosse grosso e concreto e soprattutto che l’espressione della propria volontà contasse, a differenza di quanto accade in elezioni politiche in cui l’offerta è tutto sommato indistinguibile;
Per quanto riguarda la distribuzione del voto per regione: il NO ha vinto in 17 regioni (in Campania, Sicilia e Basilicata ha superato il 60%), mentre il Sì ha vinto in 3 regioni (Lombardia, ma non nella provincia di Milano dove ha vinto il NO con il 58%, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia).
La seconda considerazione è che il governo Meloni ha subito una batosta elettorale in quasi tutte le regioni. Da rilevare in particolare la sconfitta nelle grandi città e nelle regioni del Sud, anche in quelle in cui il centro-destra governa da anni come Sicilia e Calabria.
- Tutti i motivi che hanno spinto il “No”
Il fattore-chiave che ha condotto all’affermazione del No è stata la mobilitazione massiccia dell’elettorato che nel 2022 scelse centrosinistra e M5s. Un’affluenza compatta cui il centrodestra ha opposto un tasso di astensionismo “fisiologico”, ma in ultima istanza decisivo. Lo certifica l’istituto Cattaneo nella sua rituale “analisi del voto”. Quanto al significato politico in vista del 2027, ritiene ‘dubbio’ che si possa interpretare il risultato come una previsione «in occasione di future elezioni», tuttavia le simulazioni vanno a confermare il fatto che, con l’attuale legge elettorale, l’esito potrebbe essere un pareggio o giù di lì, con i collegi uninominali molto più contesi di quattro anni fa per via della formazione del “campo largo”.
I flussi tra le elezioni politiche del 2022 e il referendum sono stati analizzati sulle principali 30 città italiane. «Gli elettori del centrosinistra e di Azione-Italia Viva hanno partecipato massicciamente al voto, con tassi di astensione prossimi allo zero», spiega il Cattaneo. Quelli del centrodestra, invece, “si sono astenuti in una quota simile agli elettori del M5s”, tra il 13 e il 15% rispetto al 2022. Ma attenzione: M5s aveva visto i propri elettori scivolare nell’astensionismo in misura molto più forte alle Europee del 2024 e alle ultime Regionali, dunque sul referendum il Movimento ha registrato un “ritorno”. Il centrodestra ha invece dovuto fronteggiare una «defezione dal voto di circa il 12-15% degli elettori» che nel 2022 avevano spinto Meloni &co. “Non può essere interpretata con certezza come il riflesso di una scelta politicamente motivata”, spiega il Cattaneo. Ovvero: non è detto che abbiano lasciato i partiti di maggioranza, perché uno scarto simile tra elezioni politiche e referendum è nelle cose. “È dunque straordinario non tanto il tasso di astensione tra gli elettori di centrodestra quanto il tasso di partecipazione tra gli elettori dei partiti di opposizione”, conclude il ragionamento l’Istituto.
Il Paese resta conteso, ma al Sud l’elettorato si muove
A questo punto il Cattaneo segue una traccia: se una quota di astenuti del centrodestra fosse andata al voto sino ad equipare l’affluenza targata centrosinistra, “il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti in più”. La fidelizzazione del voto è stata infatti quasi totale. “La quota del “voto divergente” – spiega il Cattaneo – è minima sia da una parte sia dall’altra”. In pochi tra gli elettori del 2022 non hanno seguito l’indicazione di partito. L’unica eccezione riguarda il Sud: nelle città meridionali prese in esame, “una quota variabile tra il 10% e il 30% di elettori del centrodestra ha optato per il No, così come è accaduto a parti invertite per gli elettori del centrosinistra”. Insomma nel Mezzogiorno sta accadendo qualcosa: «Il voto al Sud – afferma l’istituto – sembra avere avuto un carattere meno ideologico o comunque meno legato alla contrapposizione frontale tra gli schieramenti politici”. Probabilmente le prossime Politiche si giocheranno sotto Roma. Quanto ad Azione e Italia Viva, per completare il quadro dei flussi nei parti, i due terzi degli elettori “terzopolisti” del 2022 hanno votato Sì, un terzo ha scelto il No.
Con l’attuale legge elettorale maggioranza risicata
Il Cattaneo, come detto, non si azzarda a dire che il voto referendario sia già lo specchio del voto alle coalizioni nel 2027. Ma sta al gioco, con una correzione rispetto alla consultazione sulla giustizia: riattribuire al centrodestra un 10% di partecipazione. Bene, applicando questi numeri ai collegi uninominali della Camera, il campo largo sarebbe avanti in 69 collegi con almeno 5 punti di distacco, il centrodestra in 49. Gli altri 29 sarebbero da giocare voto per voto. Insomma, «le elezioni politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo ad una maggioranza relativa dei seggi». E la distribuzione dei seggi avverrebbe secondo una «geografia» al momento solida: destra forte al Centro e al Nord, sinistra avanti al Sud, nelle Regioni “rosse” e nelle grandi città.

- Gli elettori ‘debuttanti’ e giovani scelgono No
Il No vince il referendum sulla riforma della giustizia grazie anche ai voti degli elettori dei partiti favorevoli al Sì. E’ l’analisi del sondaggisti. “Spuntano alcuni dati interessanti: all’interno del centrodestra l’elettorato che ha votato maggiormente ‘No’ è quello di Forza Italia (17,9%), mentre nel campo opposto l’elettorato che ha votato con più forza il ‘Sì’ è quello del Movimento Cinque Stelle (13%). Ma questa consultazione è stata condizionata anche da un altro aspetto: per la prima volta hanno votato elettori che non si erano recati alle urne né per le Politiche, né per Europee: il 57,7% di essi hanno optato per il ‘No’ mentre il 42,3% per il ‘Sì”, osserva andando alla radice del risultato.
Per il resto gli elettori di centrodestra e centrosinistra hanno confermato i due blocchi contrapposti sulla riforma della giustizia seguendo le scelte di maggioranza e opposizioni. I ‘Sì’ dell’elettorato di Fratelli d’Italia sono pari all’88,8%; i ‘No’ all’11,2%. L’85% dell’elettorato della Lega si è espresso a favore, il 14,1% contro. L’82,1% dell’elettorato di Forza Italia – Noi Moderati – Ppe ha votato ‘Sì’, mentre 17,9% ‘No’.
Per quanto riguarda le forze di opposizione, il 90,4% dell’elettorato del Partito Democratico ha messo una croce sul ‘No’, mentre ha votato ‘Sì’ il 9,6%. Contrari alla riforma l’87,0% degli elettori del Movimento 5 Stelle e 13% i favorevoli. Quasi del tutto compatti gli elettori di Alleanza Verdi Sinistra: i ‘No ‘nel loro caso hanno raggiunto il 93,1%, mentre i ‘Sì’ si sono fermati al 6,9%.
Per quanto riguarda l’età degli elettori, nella fascia tra i 18-34 anni hanno votato ‘No’ il 61,1%, mentre i favorevoli sono stati il 38,9%. I 35-54enni si sono divisi tra il 53,3% di ‘No’ e 46,7% di ‘Sì’. Mentre i 55enni e oltre hanno votato a favore nel 50,7% dei casi e contro nel 49,3%.
L’affluenza tra i giovani è stata più alta che tra le altre fasce d’età: secondo le stime Ipsos, nella fascia 18-28 anni si è astenuto “solo” il 33% degli aventi diritto. Tra questi anche studenti fuori sede cui questo governo nega il diritto al voto. Uno dei provvedimenti urgenti è restituire questo diritto a questa fetta di popolazione (anche a lavoratori e lavoratrici fuori sede). Anche qui siamo di fronte a una controtendenza rispetto ai dati registrati nelle ultime tornate elettorali. Potremmo trovarci di fronte agli effetti della nascita della Generazione Gaza, quella che ha manifestato contro il genocidio dalla fine del 2023, con le piazze strapiene di settembre e ottobre 2025, e che oggi ha votato in numeri massicci;
- Il No prevale tra studenti, laureati e professionisti.
Ecco come hanno votato gli italiani per la riforma della giustizia Nordio secondo le stime dell’istituto Ipsos Doxa. L’analisi del voto per caratteristiche sociodemografiche
Referendum: il No prevale tra studenti, laureati e professionisti. Più Sì tra casalinghi ed elettori con istruzione bassa.
Sono gli studenti, i laureati e i professionisti ad avere spinto bocciatura del referendum sulla riforma della giustizia. Una mobilitazione a difesa della Costituzione che è stata trasversale, coinvolgendo in particolare gli italiani con una condizione economica elevata ma anche i ceti meno abbienti. Il Sì prevale solo tra chi ha un titolo di studio basso e tra i casalinghi/e. È questo il quadro di come hanno votato gli italiani per la riforma della giustizia Nordio secondo le stime di Ipsos Doxa per il Corriere.
Il punto di partenza è quello della grande partecipazione: oltre un terzo di chi non ha votato alle elezioni di due anni fa questa volte si è recato alle urne. L’affluenza che sfiora il 59% è trainata in particolare dai più giovani: la generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione al voto e, di questi, vota no il 58,5%. Il massimo livello di astensione si trova negli italiani tra i 29 e i 44 anni (non ha votato il 47,5%). Affluenza poco sopra la media nazionale, invece, per le classi d’età 45-60 anni e tra gli over 60.
Quasi il 68% dei laureati ha votato No
Le stime dell’istituto guidato da Nando Pagnoncelli disegnano anche la distribuzione del voto per caratteristiche sociodemografiche. Il No prevale in quasi tutti i gruppi, ma è nettamente avanti tra chi ha un livello di istruzione più elevata: tra i laureati i contrari sono il 67,9%, mentre il 53,6% tra i diplomati. Il Sì prevale invece (51,4%) solo tra chi ha la licenza media o elementare.
Per quanto riguarda la condizione economica, la percentuale più alta di No si registra tra chi ha un reddito elevato (59,9%) seguiti da chi ha una condizione bassa (57,1%). Sono i ceti medi a presentare delle percentuali inferiori ma sempre con i contrari in maggioranza: condizione economica medio-alta 53,8%, media 51,4% e medio-bassa 53,2%.
Più No da studenti e professionisti, Sì dai casalinghi/e.
Per quanto riguarda le categorie professionali il No sbanca tra gli studenti (63,6%) seguiti da imprenditori, professionisti e dirigenti (57,2%) e anche i pensionati (57%). La prevalenza di favorevoli alla riforma, secondo le stime, si registra solo tra i casalinghi/e, dove i Sì raggiungono quota 57,4%, mentre sono quasi divise equamente le preferenze tra gli operai.
- Sull’attuazione della Costituzione
Si sono fronteggiate idee-forza che interrogavano alcuni dei pilastri del sistema: governo, magistratura, la stessa carta costituzionale. Da una parte l’idea forza delle destre: per governare in questi tempi di crisi serve affidarsi a un esecutivo più forte, sciolto da pesi e contrappesi, cioè – in questa contesa – più libero dal controllo della magistratura, considerata un ostacolo ai piani governativi, così da avere maggiore libertà di azione; dall’altra la difesa della Costituzione, “ridotta” democratica, che si esprimeva con un No al governo Meloni e al complesso di iniziative che questa riforma anticipava: dal premierato alla modifica dell’articolo 112 della Costituzione sulla obbligatorietà dell’azione penale dei pm;
Quando si parla di attuare la Costituzione inevitabilmente lo sguardo deve essere spostato dalle istituzioni e deve puntare su quello che una miriade di organismi operai e popolari fanno già con forze ridotte, con pochi mezzi e con mille conseguenze e implicazioni legali, poliziesche, giudiziarie, dovendo fronteggiare la repressione sempre più dispiegata.
Vanno condivise esperienze, visioni e valutazioni, si è iniziato a ragionare insieme del governo che serve per attuare la Costituzione. Oggi la Costituzione non è attuata dal governo Meloni, che è anzi il promotore di continue violazioni, ma da chi occupa le aziende, come la Gkn, contro lo smantellamento dell’apparato produttivo, dagli attivisti di Ultima Generazione ed Extinction Rebellion che denunciano la complicità delle aziende italiane – in primis Eni e Leonardo – nella Terza guerra mondiale, dalle organizzazioni sindacali di base che difendono il diritto di sciopero, dai docenti che si ribellano alla cultura del libro e moschetto, dai sanitari che rivendicano il diritto universale alla salute, da chi si attiva contro il coinvolgimento dell’Italia nella Terza guerra mondiale e nel genocidio contro il popolo palestinese.

Il percorso di questo “regime change” è in parte conosciuto e in parte sperimentale. È conosciuto nel senso che rientra pienamente nel solco già aperto dai tanti che si propongono di “attuare la Costituzione”. Per essere più precisi non si tratta solo di imboccare il percorso di un governo che attua la Costituzione, si tratta di riprendere il percorso che ha portato alla Costituzione, un percorso di lotta e di liberazione che fu quello dei partigiani. Ed è anche un percorso sperimentale, nell’Italia del 2026, perché tutte le strade previste dalla stessa Costituzione per formare un governo che incarna “la sovranità popolare” sono state sbarrate e sono precluse alle masse popolari: le stesse istituzioni che pretendono di operare “in nome della Costituzione” ne sono diventate strumento di violazione, sono strumenti di eversione, oppressione.
Ecco dunque la necessità di pensare e progettare insieme un percorso plurale e trasversale alle forze rivoluzionarie per definire le forme e il contenuto della lotta che conduce alla formazione di un governo che attui le parti progressiste della Costituzione del 1948.
Tra queste forze si scontrano, in modo più aperto e pratico, due le linee: capitalizzare la vittoria del NO al referendum presentando una lista anti Larghe Intese alle elezioni politiche del 2027 che mandi in Parlamento una pattuglia di oppositori per disturbare il manovratore, denunciare cosa accade a palazzo, fare da portavoce delle rivendicazioni popolari oppure perseguire fin da subito e apertamente l’obiettivo di far cadere il governo Meloni. La vittoria del NO ha creato condizioni più favorevoli a condurre e vincere questa battaglia. Non solo nelle piazze convocate da Potere al Popolo, da USB e da altri organismi del comitato per il “NO sociale” appena diventato noto il risultato del referendum, ma persino in quelle del polo PD delle Larghe Intese e annessi la parola d’ordine è stata “Meloni dimissioni”.
Approfittare della debolezza del governo e dei suoi sostenitori per mandare a casa Meloni. L’esito del referendum è uno schiaffone per Fratelli d’Italia. Non solo dal lato del rapporto già precario del governo con le masse popolari, ma anche per le relazioni tra i partiti che lo compongono e soprattutto rispetto ai vertici della Repubblica che nell’ottobre 2022 le hanno affidato la direzione del paese. Questi sono già divisi al loro interno tra mettersi armi e bagagli al carro degli imperialisti USA, che con l’amministrazione Trump si sono lanciati in un’opera di guerra e sovversione oppure legare le proprie sorti al rafforzamento dell’UE; tra affidarsi, per gestire il paese .
Il No è stato però anche il catalizzatore dello scontento profondo che c’è nel Paese. Uno scontento che magari i sondaggi che registrano il consenso dei partiti politici non riescono a intercettare e che è venuto a galla con il referendum. Il No è stata la maniera di punire un governo che ci trascina al guinzaglio di Trump e Netanyahu, che fa pagare al nostro stesso popolo un prezzo alto per guerre e genocidi – in termini etico-morali ma anche materiali, vedi i prezzi che schizzano; che non ha migliorato le condizioni materiali di esistenza di lavoratori e lavoratrici, cui non promette più alcun ascensore sociale ma solo che bastonerà chi sta peggio di loro, così che almeno rimangano penultimi. Anzi: il potere d’acquisto negli anni del Governo Meloni è crollato, la de-industrializzazione ha accelerato senza che di fronte a multinazionali come Stellantis – che passo dopo passo stanno smantellando produzione e posti di lavoro – si opponesse un briciolo di politica industriale;
- Che fare?
La vittoria del No ha sbarrato il passo al governo Meloni, ma se ci si attesta su una posizione meramente difensiva ci si prepara a una futura sconfitta. È solo questione di tempo. In politica, come nella vita, non si rimane mai fermi. Se tu sei al palo, gli altri si muovono. Diventa allora centrale, sulla base della forza espressa dal No, costruire un progetto di trasformazione profonda del nostro Paese;
Il No, nella sua dimensione di catalizzatore dello scontento, non si traduce automaticamente in un Sì a opzioni alternative all’ultradestra. Anzi, lo scarto tra chi ha votato No e chi ha scelto il centrosinistra alle elezioni politiche, regionali o europee, è probabilmente così vasto perché c’è dentro un ampio pezzo che proprio non si riconosce in questa opzione. Che oggi ha espresso un No a Meloni e al tentativo di manomettere la costituzione, ma che è probabile non nutra fiducia nel Pd o nei suoi alleati, tanto da non averli votati;
Se questo è stato un referendum politico, tale è anche il suo risultato. Nelle piazze di lunedì 23 pomeriggio si è rivendicato le dimissioni di questo esecutivo, a differenza di pezzi del centrosinistra, da Schlein al sindaco di Napoli Manfredi, che invece sono corsi a dichiarare che Meloni deve rimanere lì dov’è, dimostrandosi tutt’altro che pronti a rivendicare la necessità di trasformazioni urgenti e profonde;
Le mobilitazioni dell’autunno scorso e poi l’esito del referendum indicano che tra le masse popolari si allarga e si rafforza l’orientamento contro il governo della guerra, dell’economia di guerra, della devastazione dell’ambiente e della repressione. La cacciata del governo Meloni deve adesso diventare l’obiettivo apertamente perseguito nelle mobilitazioni del prossimo periodo. Spetta ai rivoluzionari e a tutte le forze del fronte politico, sindacale e sociale anti Larghe Intese dare al malcontento, all’indignazione e alla ribellione popolare un obiettivo politico chiaro e d’attacco: mandare a casa il governo Meloni, servo degli imperialisti USA, complice dei sionisti, compare di quelli UE e sostituirlo con un governo in grado di rispondere ai reali problemi della popolazione del nostro paese (lavoro, relazioni con altri popoli e Stati, diritti e libertà politiche e sindacali, equità sociale, funzione sociale delle aziende, salvaguardia dell’ambiente e del territorio) da sempre violati o elusi dai vertici della Repubblica. Apertamente incostituzionali sono le basi e installazioni militari USA e NATO che dal 1949 in poi occupano il nostro paese rendendolo nei fatti un protettorato USA, le leggi che perseguitano gli immigrati, la privatizzazione della sanità, la mano libera a speculatori e industriali che smantellano il tessuto produttivo del paese: i casi in cui è stata ed è aggirata, manomessa o apertamente violata sono tanti quanti sono i suoi articoli.
Probabilmente è meglio elezioni anticipate che “prepararsi in vista delle politiche del 2027”. Aspettare le elezioni del 2027, per quanto riguarda il campo nemico vorrebbe dire lasciare all’attuale governo il tempo di fare passare una nuova legge elettorale capestro funzionale a garantirsi la rielezione e i cambiamenti di facciata (al Ministero della Giustizia sono già saltati Delmastro e Bartolozzi, a quello del Turismo Santanché) non ci traggono certamente in inganno
La segreteria di Elly Schlein non ha certo cambiato la natura del PD, ma il fatto che per cercare di arginare l’emorragia di iscritti e voti ha dovuto ricorrere a qualcuno che “dice qualcosa di sinistra” e muovere contro il governo Meloni gli organismi di massa (CGIL, ARCI, ANPI) che, anche se sempre più a fatica, dirige o comunque influenza, ha allargato la divisione al suo interno. Lo stesso vale per AVS e più marcatamente per il M5S, che in vista delle elezioni sta cercando di ritessere il legame con le masse popolari, gli organismi che ne promuovono la resistenza e i loro esponenti.
Per quanto riguarda il campo delle masse popolari, prepararsi in vista delle elezioni del 2027 vorrebbe dire raffreddare lo slancio e la fiducia che l’esito del referendum ha suscitato negli organismi operai e popolari, nella parte già organizzata delle masse popolari che si è mobilitata prima per “bloccare tutto” e poi per il NO al referendum e anche in quella parte che il moto dell’autunno scorso ha attivato. E, anche, lasciar decantare l’indignazione degli elettori delusi dei partiti di governo che hanno votato NO, Vorrebbe dire alimentare tra le masse l’idea che è possibile “cambiare tutto” stando alle regole e alle prassi di chi non ha nessuna intenzione di cambiare se non in peggio. In sintesi vuol dire venir meno al compito proprio dei promotori della mobilitazione popolare contro la Terza guerra mondiale, la corsa al riarmo, l’economia di guerra e gli altri effetti che la crisi del capitalismo porta con sé: dare al malcontento, all’indignazione e alla ribellione delle masse popolari un obiettivo politico chiaro e d’attacco, che ne sintetizza le aspirazioni.
Le masse popolari organizzate hanno dato un mandato chiaro alle forze anti Larghe Intese. L’esito del referendum è un avviso di sfratto per il governo Meloni, il secondo avviso di sfratto dopo il moto di insubordinazione dell’autunno 2025. Le mobilitazioni del prossimo periodo devono servire a rendere esecutivo questo sfratto!
Dalla grande manifestazione “Together” (No Kings) del 28 marzo a Roma al 4 aprile (giornata di lotta contro le installazioni militari USA-NATO in Italia), dalla manifestazione dell’ 11 aprile contro il blocco Usa attorno alla Repubblica di Cuba, dalla preparazione della nuova Flottiglia per Gaza alle proteste per gli attacchi USA e sionisti contro l’Iran, alla mobilitazione prevista a Milano il 18 aprile contro la “remigrazione legofascista”; dal 25 Aprile al 1° Maggio fino allo sciopero generale indetto dal sindacalismo di base per il 15 maggio: alla manifestazione del 14 Giugno a Bruxelles “Stato sociale non stato di guerra” che ogni mobilitazione e iniziativa diventi parte di una campagna generale finalizzata a cacciare il governo della guerra, della devastazione ambientale, della miseria, della repressione.

- La vittoria del No ha sbarrato il passo per adesso al governo Meloni, ma se ci si attesta su una posizione meramente difensiva ci si prepara a una futura sconfitta
Il prossimo governo probabilmente vedrà una megacoalizione che va da Fratoianni a Calenda e Renzi, passando per Schlein e Giuseppe Conte.
E nonostante il tentativo di una narrazione diversa, sarà un governo in perfetta continuità con le manovre economiche meloniane/draghiane.
D’altronde è la storia degli ultimi 30 anni. Governi di destra e di sinistra si alternano come un pendolo, ma fanno sostanzialmente le stesse cose.
Per questo, dobbiamo costruire un fronte unito che metta insieme operai, studenti, disoccupati, giovani, pensionati, lgbti, immigrati, tutti i settori oppressi del proletariato e dei ceti medi impoveriti, in un’alleanza che provi a dire che un’alternativa c’è e non si chiama camposanto del campo largo.
Un progetto trasformativo significa cambiare i rapporti di potere in senso alla società, nell’interesse della maggioranza: salario minimo di almeno 10€ agganciato all’inflazione; investimenti in energie rinnovabili per fermare l’ecosuicidio e dotare il Paese di una autonomia energetica e non dover più essere dipendenti delle fonti fossili, siano esse di provenienza Usa o Qatar o Algeria; uscita dalla Nato che è la mera proiezione della potenza di Washington; Piano casa che anziché dare soldi ai grandi fondi immobiliari serva a riaprire le case popolari chiuse e abbandonate e ad aumentare la disponibilità dall’attuale parco immobiliare di almeno un milione di unità (a consumo di suolo zero); sistema sanitario nazionale che elimini le storture prodotte da 20 sistemi sanitari regionali, regno delle clientele e fonte di enormi divari di cittadinanza; politiche industriali che permettano all’Italia di continuare a essere Paese produttore evitando il rischio di trasformarsi in un enorme Luna Park per ricchi turisti stranieri.
Prima ancora che un programma, serve un metodo: quello della partecipazione e mobilitazione popolare, che si è dato lo scorso autunno nelle piazze contro le complicità italiane con il genocidio in Palestina e poi nelle urne il 22 e 23 marzo. No Kings deve essere il fulcro per un’assemblea nazionale (al di la dei vari orticelli delle organizzazioni esistenti) che rilanci queste energie emerse e crei un grande movimento per la partecipazione popolare con l’obiettivo di lotta sulle quattro emergenze principali.
Le quattro emergenze, dovranno necessariamente includere:
Diritti : Immigrazione , eliminazione del controllo e della repressione sociale: diritto alle forme di lotta e partecipazione alla distribuzione del reddito, Difesa dei diritti civili e sociali delle donne
Lavoro : Difesa del reddito e dei diritti operai: reintroduzione della scala mobile contro l’inflazione e difesa dei posti di lavoro.
Ambiente : Difesa territoriale, ecosocialismo , che coniuga marxismo e tematiche ecologiste.
Pace : Contro le guerre e i genocidi, riduzioni delle spese militari e contrasto al sistema militare capitalista.
Dal Manifesto contro il governo di destra ad un programma alternativo in cui si ritrovi tutte le sensibilità del movimento, l’obiettivo comune deve permeare le lotte future nel nostro paese. Tutti i rivoluzionari partecipino, perché chi non lotta ha già perso. E noi siamo stufi di perdere!


