Forse i fatti del 25 aprile di quest’anno verranno dimenticati. O forse no, vista la consistente dose di assurdità che ci è stata regalata in questa giornata. Un’assurdità che ha dell’inquietante, e che segna una svolta, almeno per quanto riguarda la comunità ebraica in Italia.
Gli avvenimenti sono noti: il corteo di Milano fermo per ore a causa di una provocazione della Brigata Ebraica e un’aggressione a Roma, in cui due militanti dell’ANPI sono stati feriti. Non sono fatti del tutto nuovi: già da tempo abbiamo assistito a fatti di questo tipo, come bombe carta lanciate sul corteo di Roma di due anni fa, intimidazioni e pestaggi a militanti pro-pal. I fatti di quest’anno, tuttavia, mostrano un indubbio salto di qualità.
Partiamo da Milano. Un corteo ampio, estremamente partecipato. Con anche parole d’ordine un po’ più radicali del solito. A corteo già avviato, la Brigata Ebraica, assieme a Forza Italia, reazionari vari e assortiti e addirittura i nostalgici dello Scià di Persia (sublime surrealtà dell’evo contemporaneo) si piazzano alla testa del corteo, scortati da un cordone di celerini e di City Angels. In testa durano pochissimo, venendo risospinti indietro – si salvino almeno i gonfaloni cittadini, avrà pensato qualcuno. Ecco quindi che, sempre attorniati dalle loro guardie del corpo personali pagate con i soldi nostri, i nostri baldi sionisti-trumpiani-monarchici si trovano appena dietro la testa del corteo. In questo punto non ci sono spezzoni organizzati, ma gente comune, che, vedendo una selva di bandiere israeliane, americane, forziste, condite con la bella faccia di Reza Pahlavi, fa tanto d’occhi e inizia a contestare. Prima alcune decine di persone, poi a centinaia. Il corteo a questo punto si ferma, e rimane fermo per ore, fino a quando la celere non scorta via quell’obbrobrio di reazionarietà fuori dal corteo, e la marcia può proseguire.
La lettura di tutti i giornali mainstream è stata la solita: i cattivi antifascisti intolleranti cacciano i poveri ebrei con insulti antisemiti. Nulla di vero, ovviamente. Sì, c’è stato un tizio che a un certo punto ha fatto un saluto romano, ma dai video si vede benissimo che è stato subito messo in riga dai manifestanti. Prove video di insulti razzisti o antisemiti non sembrano esserci: tutte le fonti si rifanno a quanto raccontato da Emanuele Fiano, leader di Sinistra per Israele. (Sì, esiste Sinistra per Israele. Aspettiamo che nasca anche Sinistra per Mordor)
I racconti di chi era in quel punto della piazza, e i video, mostrano invece una storia molto diversa: gente comune, persone anziane, non militanti, in centinaia, che chiedono semplicemente che quell’obbrobrio venga allontanato dal corteo. Perché con la Liberazione non c’entra niente. Non c’entrano le bandiere di uno stato genocida, non c’entrano i vessilli di un partito che ha riportato i fascisti al governo, non c’entrano le immagini di un regime illiberale, che ha giustiziato migliaia di oppositori politici. E perché l’intento provocatorio da parte della Brigata Ebraica era chiaro. Non solo avevano dichiarato che non si sarebbero presentati con le bandiere di Israele, non solo la Comunità Ebraica aveva dichiarato di rispettare lo Shabbat e che non ci sarebbe stata, ma questi si sono presentati con la celere al fianco, cercando di prendere la testa del corteo. Era chiaro che non erano lì per celebrare il 25 aprile, ma contro il 25 aprile.
Nel frattempo, a Roma, un ventunenne, Eitan Bondi, apre il fuoco su due militanti dell’ANPI, ferendoli. Bondi, sul momento, ha dato una versione dei fatti molto precisa. Ha dichiarato di aver saputo dei fatti di Milano, di essersi indignato per la cacciata della Brigata Ebraica, di essersi diretto al rispettivo corteo della Capitale e di aver sparato su due militanti a caso. Nell’abitazione del ragazzo la polizia ha trovato, oltre alle armi, delle bandiere israeliane e dei materiali chiaramente riconducibili al sionismo. Non solo: dichiara di essere parte della Brigata Ebraica. La reazione da parte della Brigata è immediata: «Noi non lo conosciamo». Non sanno chi siano. È un cane sciolto. Un mitomane. Neanche una settimana dopo, in ossequiosa ottemperanza del comunicato della Brigata Ebraica, Bondi ritratterà tutto: non solo lui non fa parte della Brigata Ebraica, ma non sa perché l’ha fatto, non c’è un movente politico, lui non c’entra nulla. È un ragazzo confuso, non c’è che dire. Peccato che il suo nome compaia in un’inchiesta del Fatto Quotidiano sulle strutture paramilitari sioniste: neanche in quel caso c’era un movente politico, è ovvio. Passava di lì per caso.

Ciò che risulta particolarmente inquietante – oltre che fastidioso – è il tentativo da parte dei settori più retrivi della comunità ebraica di negare l’evidenza. Anche sui fatti italiani si ripete quello che vediamo costantemente in Palestina: una negazione totale, reiterata, patologica. Così come si nega l’apartheid in Israele, così come si nega il genocidio a Gaza, o l’annessione de facto della Cisgiordania, o i massacri in Libano; così come si nega la violazione sistematica del diritto internazionale, anche qui si nega l’evidenza, aggrappandosi all’unica carta che possono ancora giocarsi: quella dell’antisemitismo. Walker Meghnagi, presidente della comunità ebraica di Milano, è arrivato addirittura a dichiarare di voler denunciare l’ANPI per incitamento all’odio razziale. A essere denunciato è stato lui, in quanto l’ANPI ha prontamente sporto querela.
Tra l’altro, le accuse di antisemitismo si spengono facilmente grazie alle dichiarazioni del Laboratorio Ebraico Antirazzista, che hanno scritto, dopo la manifestazione, di aver sfilato tranquillamente, di non aver ricevuto insulti, e anzi, di aver ricevuto tanti applausi, perché si sono sempre schierati dalla parte dei palestinesi. L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, invece, non ha mai speso neanche una parola per criticare quanto sta avvenendo in Palestina. Anzi, dal canto loro, riguardo ai fatti di Roma sono riusciti a produrre un capolavoro di proiezione psicologica, in cui la realtà viene distorta e ribaltata:
«L’UCEI denuncia l’accostamento del nome del presunto responsabile alla Brigata Ebraica. Torniamo a denunciare con forza il clima di violenza e intolleranza che negli ultimi mesi ha preso il posto del dialogo civile e della libertà di espressione. L’UCEI seguirà gli sviluppi dell’indagine confermando la massima fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine, contrastando con determinazione e in ogni sede chi intenda mettere in pericolo la sicurezza degli ebrei in Italia».
Leggendolo, si vede benissimo come le vittime dell’aggressione non siano minimamente prese in considerazione. Si parla di tolleranza e di libertà di espressione, ma il comunicato trasuda tutto l’opposto: una visione patologicamente introflessa, in cui solo ciò che è ebreo conta qualcosa, e tutto il resto non esiste. Nessuna autocritica, nessuna assunzione di responsabilità: anzi, il colpevole è chi accosta il nome di Eitan Bondi alla Brigata Ebraica, non certo Eitan Bondi che dice di appartenervi; il colpevole è chi minaccia la sicurezza degli ebrei, non chi, iscritto alla comunità ebraica, minaccia la sicurezza degli altri. È un rispedire al mittente tutte le accuse in un modo talmente goffo e infantile da risultare ridicolo. Viene da chiedersi cosa sarebbe successo se una qualche moschea, ai tempi degli attentati dell’Isis, avesse diffuso una nota di questo tipo: i giornali li avrebbero sbranati, probabilmente.
Inoltre, se proprio vogliamo dirlo, il “clima di violenza e intolleranza” di cui parlano è alimentato anche e soprattutto dalle fila sioniste. Valerio Renzi, su Fanpage, ha stilato un lungo elenco delle violenze e delle intimidazioni riconducibili alla destra ebraica. A questo bisogna aggiungere l’inchiesta del Fatto Quotidiano che abbiamo già citato, e che parla di circa un centinaio di picchiatori squadristi soltanto a Roma. Casi di violenza che tutti hanno fatto finta di non vedere e non sentire, mentre si preparavano leggi pensate invece per criminalizzare i movimenti per la Palestina; mentre si mettevano in prigione i militanti delle associazioni palestinesi, mentre si denunciavano i sindacati che hanno scioperato contro il genocidio.
È una strategia deliberata, com’è ovvio. Una strategia che avviene in tutta Europa, ma che in Italia si somma al clima di totale impunità di cui godono i militanti fascisti. Alcune settimane fa, a Firenze, sono state comminate multe fino a 10.000 euro agli abitanti che avevano protestato contro un corteo fascista. Anche qui, il fascismo, crimine secondo le leggi Scelba e Mancino, viene tollerato, mentre invece a essere criminalizzato è l’antifascismo.
Per la destra ebraica il legame con le forze dell’ordine, i media e gli ambienti governativi sembra essere ancora più forte: oltre all’indubbia vicinanza politica, visibile anche da diverse dichiarazioni di Meghnagi a favore del governo, bisogna segnalare che il Riformista ha aperto un giornale interamente dedicato a propagandare le idee sioniste, e che difende apertamente l’operato di Netanyahu; la maggior parte della stampa nazionale, inoltre, ha preso le difese della Brigata Ebraica, raccontando la piazza del 25 aprile di Milano come antisemita. Infine, riguardo le forze dell’ordine, il fatto stesso che la Brigata si sia presentata assieme alla celere mostra che vi erano dei contatti precedenti. La stessa Brigata ha dichiarato è stata la Questura a suggerire loro di mettersi alla testa del corteo. Ci si chiede quale altra minoranza etnica, o associazione, o gruppo politico possa avere il privilegio di avere un contatto tanto diretto con le forze dell’ordine.
E qui viene il nodo di tutta la questione. Anche se esistono voci ebraiche dissidenti, come il già citato Laboratorio Ebraico Antirazzista, o come gli intellettuali Moni Ovadia e Gad Lerner (e quest’ultimo, pur definendosi sionista, ha duramente criticato Meghnagi nei giorni scorsi), in Italia sono poche, drammaticamente troppo poche. Le istituzioni ebraiche hanno fatto quadrato intorno alla causa di Israele, difendendola senza remora né dubbi, propugnando l’equazione ebraismo = sionismo, che si trasformerà nella tomba dell’ebraismo.
Forse i fatti del 25 aprile di quest’anno verranno superati, in qualche modo. Forse invece segnano un punto di non ritorno, in cui i deliri suprematisti della destra ebraica hanno definitivamente preso il sopravvento sul resto della comunità.
Ovviamente noi speriamo di no: per quello che ci sarà possibile, appoggeremo tutte le voci dissidenti, nella volontà di percorrere un cammino comune con il movimento di solidarietà alla Palestina e nella battaglia per sconfiggere la destra suprematista anche all’interno dello stato di Israele, dove sono oggi minoritarie ma comunque esistono e producono mobilitazione. Di questa unità d’azione c’è tanto bisogno, ed è la sola strada percorribile per continuare ad avere una prospettiva di solidarietà sociale.


