MILANO: DESTRA O SINISTRA PURCHÈ SI SPECULI SULLA NOSTRA PELLE.

Alla fine, con il soccorso di FI, il Consiglio Comunale di Milano ha approvato la vendita dello stadio Meazza. Il progetto di ristrutturazione e cementificazione di San Siro abbia inizio!

Alla fine, anche senza “legge salvaMilano”, ci penseranno i giudici a ridimensionare le pene ai vari funzionari, architetti e costruttori. E un “accrocchio legale” per terminare i circa 150 palazzi e palazzetti attualmente fermi a Milano si troverà!

Alla fine lo sgombero del centro sociale Leoncavallo è nei fatti un avviso a tutti i centri sociali, e ben difficilmente per problemi logistici ed economici si vedrà una sua riapertura!

Alla fine tutto questo è una evidente conseguenza delle trasformazioni avvenute a Milano a partire dal piano urbanistico. Modello che si vorrebbe estendere altrove. Ma è anche vendetta del potere contro chi prova a resistere. La lunga mano del governo di destra avvia in anticipo la campagna elettorale, verso le prossime elezioni comunali.

Solo costruendo un grande mobilitazione per un’altra Milano e per tutte le città sempre più segnate da zone rosse, limitazioni, biglietti di ingresso, ecc. si potrà tentare di invertire questa tendenza.

Mobilitazioni in difesa degli spazi pubblici e sociali autogestiti, contro la gentrificazione, per il diritto all’abitare, contro la speculazione edilizia, contro il disastro delle olimpiadi Milano Cortina e contro i padroni delle città!

Contro la legalità fatta di odio verso chi è straniero, povero, escluso, una legalità che porta all’isolamento sociale ed all’espulsione di chi vive disabilità e fragilità psicologiche.

Per gli spazi sociali, culturali, artistici, autogestiti o no, occupati o no, dell’associazionismo che sono l’antitesi del fascismo di governo, così come il conflitto sociale, deve diventare il fondamento della democrazia dal basso nelle città.

Francamente anche il volto green di Sala si stenta a vederlo a Milano. I numerosi progetti di “rigenerazione urbana” hanno contribuito ad incrementare il consumo di suolo.

Infatti La percentuale di suolo per parchi e giardini e copertura arborea è il 13,8%, inferiore a Roma e Napoli, con il 35,8% e il 31,5%, inferiore alla media del 37% del territorio nazionale, mentre la media europea è del 47%. Nella città di Milano, il consumo di suolo è aumentato da 10.383,64 ettari nel 2006 a 10.686,31 ettari nel 2023, registrando quindi un incremento di circa 300 ettari in quasi vent’anni.

Ci attendiamo dunque che questo vento di destra, soffi ancora, dando fiato a disastrosi progetti in divenire, come la ristrutturazione di Piazzale Loreto (Loc di cui parliamo più avanti ripubblicando un opuscolo che abbiamo prodotto e diffuso in zona diversi mesi fa), il completamento dell’Area ex Expo” (Mind – Milano Innovation District) la svendita delle aree dei sette  scali ferroviari (Farini, Porta Romana , Rogoredo, Lambrate ecc.), Santa Giulia Nord, City Life Bovisa Goccia e i numerosi altri progetti che faciliteranno il passaggio dalla “Milano da bere” di craxiana memoria alla “Milano dei ricchi e della finanza” dei centrodestri ovunque si trovino. Ovviamente tutto dopo una bella spolverata di cementificazione e speculazione con l’imminente arrivo del nuovo grande evento , quello delle olimpiadi invernali del 2026.

 

LOC: LE MANI SULLA CITTÀ

 

Loreto Open Community è il nome del progetto che si realizzerà in Piazzale Loreto a Milano: l’attuale piazza verrà pedonalizzata e su di essa verrà realizzato un centro commerciale: un progetto architettonico che si propone come una rigenerazione urbana, partecipata dai cittadini e costruita con il contributo di tutti, secondo principi democratici e inclusivi, propri di una società aperta e contemporanea.

 

Si potrebbe discutere a lungo su cosa sia andato storto in questo mondo per vedere ammantata di così belle parole la trasformazione di una piazza in un centro commerciale. La discussione aprirebbe ampi scenari politici, antropologici e forse psichiatrici, ma non la condurremo in questa sede. Cerchiamo invece di spie- gare cosa sia questo progetto, e perché forse sarebbe stato meglio pensarlo in maniera differente.

Il consumo di suolo: un problema invisibile

Prima di parlare nello specifico del progetto, è necessaria però una digressione. Perché il problema principale della maggior parte dei grandi progetti di trasformazione urbana che si stanno realizzando a Milano, ma più in generale in Italia, fingono di non vedere un problema fondamentale. Si parla di quartieri a impatto 0, di decarbonizzazione, di nuove case futuribili ed energeticamente sostenibili, ma si omette un piccolo particolare: questi sono quartieri che sorgono ex novo: o su aree verdi, o su aree agricole o, come nel caso di Piazzale Loreto, su aree libere, non precedentemente edificate. Questo, che lo si voglia o no, si chiama con- sumo di suolo.

 

Non è semplice dire quanto questo fenomeno sia impattante e pericoloso, perché è un problema invisibile. Non lo vediamo mai nel suo insieme, e non è nemmeno semplice reperire dati completi ed esaustivi in me- rito. Quello che percepiamo è un palazzo qui, uno là, un nuovo quartiere, come quello di Santa Giulia, vicino a Rogoredo; o una nuova area fieristica come quella dell’Expo; altre volte vediamo la trasformazione di un quartiere vecchio e degradato, com’era quello di Porta Garibaldi, e ci fa anche piacere vederlo rinnovato. In realtà, però, dietro la superficie piacevole e bella, c’è il problema fondamentale: la perdita di territorio verde, o, nel caso dell’hinterland o dei quartieri più periferici, di territorio agricolo, e questo ha delle ripercussioni importanti dal punto di vista ambientale: meno aree verdi ci sono, minore è la biodiversità e più alta è la lotta fra gli animali per accaparrarsi un pezzo di terri- torio verde, e sempre maggiore è il numero di animali che sono costretti a vivere in città, nonostante il loro habitat sarebbe in teoria tutt’altro. Questo potrebbe non sembrare un problema grave: alla fine gli anima- li si evolvono, cambiano. Peccato che la distruzione degli habitat naturali e l’espansione urbanistica siano considerate, assieme agli allevamenti intensivi, le cause principali delle malattie infettive che provengono da altri animali, come per esempio l’aviaria, l’influenza suina e il Covid. Più si genera promiscuità tra animali che hanno perso il loro habitat naturale e l’uomo, più è probabile che questi ci passino alcune delle loro malattie.

 

Vi sono anche altri aspetti sottovalutati. Per esempio la perdita di territorio agricolo. L’espansione urbanistica è stata negli anni così pervasiva che già da tempo la Lombardia, il territorio più fertile d’Europa, è costretta a importare beni agricoli che prima si producevano in grande quantità, come il grano e il riso, perché i terreni agricoli si sono ridotti e la popolazione è aumentata. Finché ci sono spazi e risorse per reperire queste risorse altrove, non ne sentiamo troppo l’effetto: quando però, vuoi per la guerra In Ucraina, vuoi per le speculazoni di borsa, i prezzi iniziano a salire, la questione agricola diventa centrale, a partire dalla disponibilità di terreno. Se pensiamo poi che il consumo di suolo non è certo una prerogativa italiana, ma al contrario le città stanno crescendo a dismisura in tutto il mondo (si stima che entro il 2030 vi saranno ben 6 nuove megalopoli, cioè città con più di 10 milioni di abitanti) un problema che sembrava apparentemente risolto, come quello dell’approvvigionamento di beni di prima necessità, diventa sempre più pressante.

 

Le isole di calore: come perdere un’occasione

Un altro fenomeno largamente sottovalutato sono le isole di calore: più ricopriamo il nostro territorio di asfalto, più questo si scalda: uno studio promosso da Lancet prende in esame 93 città europee, e arri- va a stimare che 6.700 morti premature siano dovute proprio alle isole di calore. Certo, si può sempre dire che non sono numeri da epidemia globale, ma si parla comunque del 4,3% della mortalità globale durante i mesi estivi. Non solo. Secondo uno studio della Nasa del 2023, i cambiamenti climatici renderanno inabitabili molte zone del pianeta, tra cui diverse aree dell’Italia. Questo si traduce in una presa di responsabilità immediata da parte degli amministratori locali, degli urbanisti e degli architetti: è inutile pensare a delle strutture ecosostenibili, a basso consumo, se poi queste strutture non saranno pensate per una società con una temperatura media molto più alta rispetto a quella a cui siamo abituati. E questo significa innanzitutto mettere a frutto non solo le ampie aree verdi extra-urbane, ma quelle all’interno della città.

 

In poche parole, dove le amministrazioni e le aziende vedono delle aree libere, su cui si può costruire, in realtà dovrebbero vedere soprattutto delle occasioni per mitigare le isole di calore. Piazzale Loreto poteva essere ripensata in questo senso, così come gli scali ferroviari e in generale l’arredo urbano della città. Il problema delle isole di calore è legato soprattutto alla progettazione urbana: invece di essere assunto come una priorità che impatterà in maniera sempre maggiore la nostra vita, viene pensato come correttivo: si fanno comunque progetti impattanti sul suolo, e poi ci si mettono un po’ di alberi, in modo da “compensare”, da “correggere”. Ma in realtà sarebbero necessarie azioni molto più drastiche: i parchi e le aree verdi andrebbero moltiplicate, e bisognerebbe iniziare seriamente a portare avanti dei progetti di depavimentazione: cioè togliere asfalto e cemento dalle strade, per lasciar posto al terreno.

 

È buffo vedere come dei progetti di depavimentazione vengano in realtà portati avanti anche dal Comune di Milano, in collaborazione con università come il Poli- tecnico, e con associazioni locali, ma quando si parla di progetti ampi, in cui si muovono milioni di euro, vengano del tutto dimenticati. È come se fossero dei giochi di società per ecologisti, utili per far vedere che si sta facendo qualcosa, ma poi, quando si fa sul serio, allora valgono altre regole.

 

Nessuno ne sa nulla, e mancano dati precisi

E allora proviamo a capire quali siano queste regole. Aprendo il sito di Loreto Open Community si viene invasi da scenari futuristici: la città prende forma e diventa qualcosa di bello, di importante e contemporaneo. Però come sarà effettivamente il progetto non è scritto da nessuna parte. Si parla di 4.000 mq di aree verdi, ma non si dice dove saranno, né cosa saranno; si parla di piste ciclabili, ma anche qui il cittadino non ha la possibilità di capire effettivamente dove verranno costruite. Ciò che si sa è questo: l’intervento complessivo è di 80 milioni di euro, a carico della società Nhood; la piazza verrà pedonalizzata, verrà costruito un centro commerciale e il diritto di superficie del piazzale sarà alienato per 60 anni, di fatto privatizzandolo. In compenso ci saranno delle piste ciclabili e degli alberi, e una specie di parco sul tetto del centro commerciale, secondo il modello del verde verticale di Porta Garibaldi.

 

Sorvolando sul fatto che il verde verticale di Stefano Boeri richiede dei pesanti interventi di manutenzione e spesso le piante devono essere cambiate, appare abbastanza chiaro come questo sia un progetto volto più a colpire e stupire che non a risolvere dei problemi effettivi. Bello che sia tutto a basso consumo, bello il giardino pensile, ma di quali cubature stiamo parlando? Quale sarà l’impatto ambientale definitivo del progetto? Il traffico come verrà gestito?

 

A queste domande non sembra esserci risposta. È un mantra della comunicazione contemporanea: bisogna trattare il pubblico come se fosse minorenne e illetterato. Bisogna accompagnarlo per mano, mostrandogli cosa è buono e cosa è cattivo, con il minor numero di dati possibili.

 

È stato aperto uno spazio, Loc2026, in cui chi vuole può andare a chiedere informazioni e vedere il progetto, e sul sito si trovano tante iniziative a riguardo. Ma in città quasi nessuno sa niente. Non c’è la percezione, né vivendo la città, né vivendo il quartiere (il neo-quartiere orrendamente definito “NoLo”) che la trasformazione di Piazzale Loreto sia qualcosa di sentito dai cittadini. Potrebbe essere un limite dell’Amministrazione Comunale, incapace di comunicare. Però ci sono due cose da dire. La prima è che gran parte della comunicazione arriva a progetto già approvato. Di fatto, l’Amministrazione ci ha messo di fronte al fatto compiuto: o ci piace quello che altri hanno approntato per noi, oppure possiamo dire la nostra solo quando è troppo tardi. Si potrebbe dire che il progetto è stato avviato già cinque anni fa con la variante del PGT (che sarebbe il piano di governo del territorio, cioè il sostituto moderno del piano regolatore), se non fosse che la stessa variante al PGT sia stato un fatto molto ristretto e conosciuto solo dagli addetti ai lavori, e che le osservazioni portate avanti da alcuni gruppi di cittadini, come il Comitato La Goccia, e redatte dall’urbanista Giuseppe Boatti, siano state semplicemente respinte. In quel caso non riguardavano nello specifico Piazzale Loreto, ma si può pensare che la sorte sarebbe stata la stessa.

 

Infatti, non c’è stata alcuna discussione in consiglio comunale. Tutto l’iter del progetto dopo l’approvazione del PGT è stato deciso tramite delle determine, cioè degli atti unilaterali della giunta comunale. Non che la discussione in consiglio sarebbe stata risolutiva, ovviamente. E non è nemmeno obbligatoria per legge (anche perché l’Amministrazione ha cambiato il regolamento comunale in modo da aumentarsi i poteri). Però, se serviva un’ulteriore conferma della volontà di porre i cittadini di fronte al fatto compiuto, ce l’abbiamo. La partecipazione viene richiesta unicamente quando fa comodo, e cioè quando il progetto nelle sue linee fondamentali viene deciso a monte. Ai cittadini rimane al massimo il divertimento di decidere dove mettere un alberello, o come intervenire su un aspetto secondario. Come per i progetti di depavimentazione, queste azioni servono a illudere i cittadini di contare davvero qualcosa, ma poi sono più che altro dei giochi innocui.

 

Prima parte… pubblicheremo la seconda parte a breve.