L’INDIA TRA LA DEMAGOGIA INDUISTA E IL COVID 19

di Fabrizio Burattini

L’India, come ci viene detto ogni giorno, sta viaggiando al ritmo di oltre 400.000 casi quotidianamente accertati, ritenuti universalmente e ampiamente sottostimati rispetto ad una realtà ancora più drammatica. Nella prima ondata, che per l’India si era collocata nel luglio 2020, non si erano mai superati i 100.000 giornalieri. I decessi giornalieri, che nella prima ondata si erano attestati attorno ai 1.000, oggi stanno poco sotto i 4.000 (anche qui molto sotto la tragica realtà).

Ma soprattutto è evidente come gran parte di questi morti si sarebbero potuti salvare. Si muore fuori dagli ospedali per mancanza di letti disponibili. Sono stati denunciati numerosi casi di letti messi all’asta da operatori sanitari senza scrupoli.

Per tentare di ovviare si mettono a volte fino a tre pazienti nello stesso letto. Ad alcuni viene somministrato l’ossigeno mentre restano sdraiati sul pavimento o addirittura nel piazzale fuori dell’ospedale.

Ma tanti muoiono senza arrivare in ospedale.

Il tutto, naturalmente, in una situazione sociale già drammaticamente nefasta, di fronte alla stragrande maggioranza della popolazione (secondo le statistiche 744 milioni di cittadini indiani su 1 miliardo e 380 milioni) che hanno un redditi pro capite di 44 rupie (0,49 euro) al giorno.

1,8 milioni di indiani non hanno una casa, neanche una baracca. E senza una residenza stabile non sono censiti dal servizio sanitario.

Il tutto in un contesto politico dominato dal partito di Narendra Damodardas Modi, il leader del Bharatiya Janata Party (Partito popolare), vincitore delle ultime due tornate elettorali (2014 e 2019). Sulla pandemia l’approccio di Modi e del suo governo è stato demagogico e irresponsabile. L’India, nonostante sia la sede scelta da tante multinazionali del farmaco per produrvi i propri vaccini, grazie ai costi bassissimi e all’assenza di ogni controllo sulle modalità di produzione, è stata obbligata ad importare d’urgenza il siero russo Sputnik per poter realizzare tra l’11 e il 14 aprile il tika utsav, il festival del vaccino. Con i tragici risultati di cui sopra.

Numerosi ministri hanno periodicamente diffuso fantasiose affermazioni negazioniste (“il virus non è una minaccia”, “il coronavirus è arrivato a causa delle persone che uccidono e mangiano gli animali. Quando si uccide un animale, si crea una sorta di energia che causa distruzione in quel luogo”, “il coronavirus viene dai pipistrelli che possono vedere solo di notte. Pertanto, il virus esce solo di notte”…).

Lo stesso Modi alla vigilia delle recenti elezioni nello stato del Bengala occidentale ha convocato comizi elettorali trasformatisi in colossali assembramenti che hanno coinvolto ciascuno decine e a volte centinaia di migliaia di persone.

La tracotanza di Modi, che ricorda molto quella del suo omologo Bolsonaro e, per certi versi anche quella dei “nostri” Salvini e Meloni, si basa in un’overdose di fiducia in se stessi e nella propria politica che produce una totale arroganza nei modi e nei contenuti. Ma non dimentichiamo che il gigante indiano è stato accarezzato in maniera bipartisan negli ultimi anni come valida alternativa al dinamismo cinese. Basti ricordare il viaggio dell’allora premier Conte (capo del governo M5S-Lega) al Summit tecnologico India-Italia organizzato nel 2018 dai due governi, dalla Confindustria e dalla sua omologa di Nuova Delhi.

In India, la politica (non solo quella di destra di Modi e dei suoi) si basa sull’assecondare i sentimenti religiosi enormemente diffusi nella popolazione. Il 12 aprile, si è svolto il Kumbh Mela, un festival che si tiene una volta ogni 12 anni: oltre 3 milioni di devoti si sono immersi nel sacro fiume Gange per purificarsi dai peccati e per “portare la salvezza”. Non solo le celebrazioni non sono state rinviate, ma anzi, sono state anticipate di un anno (si sarebbero dovute tenere nel 2022) per una non meglio precisata congiunzione delle stelle della galassia, per cogliere l’ “evento cosmico, che permetterà al bagno nel Gange di liberare gli esseri umani dal ciclo di nascita e morte”.

Nonostante lo schieramento di 20.000 poliziotti e paramilitari per sorvegliare i 600 ettari in cui si è svolto l’evento, a causa dell’immane assembramento il virus si è straordinariamente propagato. Modi, naturalmente presente alla cerimonia, ha chiesto la benedizione degli officianti, assicurando i devoti che le “inutili” restrizioni sarebbero state rimosse e che “la fede supererà la paura dei Covid-19”.

Il governo ha appoggiato per un certo periodo le dichiarazioni e le iniziative di Baba Ramdev, un ciarlatano sedicente ayurveda, che, con il suo impero parafarmaceutico ha lanciato un preparato (il Coronil) come cura antivirale, arrivando a commercializzarne un milione di kit al giorno, basandosi sulla fede cieca in lui, ritenuto da tanti (e dal governo) un uomo “santo”.

La tragica situazione del subcontinente indiano, fino a ieri indicato in funzione anticinese come “la più grande democrazia del mondo”, nonostante il suo sfrontato autoritarismo e la barbara istituzionalizzazione delle caste, porta con sé anche una conseguenza nostrana, qui in Italia.

Se all’inizio della pandemia i media indicavano gli “untori” nei cinesi (e nei cinesi presenti in Italia, soprattutto, di quelli in Cina chi se ne frega…), oggi i “superdiffusori” sono diventati gli indiani, i numerosi (ampiamente oltre i 100.000) presenti nel nostro paese, soprattutto impiegati al nero, schiavizzati a pochi euro l’ora nelle piantagioni di parecchie regioni.

Dunque, la superficiale compassione che suscitano le immagini dei morti per strada nelle vie delle megalopoli indiane fa presto a trasformarsi in un sottile razzismo contro i nuovi “untori”, portatori della nuova “micidiale” variante indiana. Esistono e circolano tra noi. Fino a ieri, salvo poche e inascoltate denunce, nessuno parlava delle condizioni infami in cui vivevano e lavoravano, della loro esclusione dal servizio sanitario a opera delle leggi sull’immigrazione.

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