AMSA: DOPO LA PRIVATIZZAZIONE, LO SPEZZATINO

In origine c’era AMNU, Azienda municipale nettezza urbana, costituita dal Comune di Milano nel 1970 per la raccolta dei rifiuti e la pulizia delle strade. Poi vennero gli anni Ottanta del secolo scorso, con la moda di cambiare i nomi delle cose, per cui lo spazzino diventò “operatore ecologico”, e le sue attività “servizi ambientali”, da cui la nuova intitolazione “Azienda Municipale Servizi Ambientali”. Ma si trattava ancora di un’azienda speciale del Comune, che ne nominava i vertici e ne stabiliva compiti e investimenti, attraverso i contratti di servizio.

Poi vennero gli anni Novanta, nei quali la politica ci disse che “pubblico” significava “inefficiente” e le municipalizzate erano un retaggio del passato. AMSA fu trasformata in società per azioni. State tranquilli, ci rassicurarono, le quote azionarie restano in mano al Comune, non cambia assolutamente nulla, né per i cittadini, né per i lavoratori.

In pochi, allora, provammo a dire che le cose non stavano così. Qualche organizzazione comunista, qualche sindacato di base. La trasformazione in Spa, affermammo, era l’inizio di un percorso di privatizzazione, comune a tantissime altre realtà, in tutto il Paese, nei settori dei rifiuti, dei trasporti pubblici, dell’energia.

E infatti: nel 2008 AMSA fu incorporata per fusione in AEM S.p.A., azienda energetica del Comune di Milano; AEM fu unita ad ASM Brescia, per costituire la nuova A2A, società per azioni. Sindaca era allora Letizia Moratti.

Le privatizzazioni degli anni Duemila

Contro la privatizzazione dell’AEM, invero, tentammo anche la strada di un referendum cittadino, ma non riuscimmo a convincere i milanesi: l’ideologia del “privato è bello” era troppo forte, complici anche le inchieste giudiziarie cosiddette “Mani pulite”. Non si raggiunse il quorum dei votanti necessario.

Oggi AMSA è una società interamente posseduta da A2A Ambiente S.p.A. Il gruppo A2A è quotato in borsa, il Comune di Milano ne controlla il 25%. Un altro 25% è del Comune di Brescia, la restante metà è di investitori privati. Nel 2019, AMSA ha chiuso il bilancio con un utile di 20 milioni di euro. Soldi che, per metà, finiscono nelle tasche degli azionisti privati.

E se si pensa che, beh, questo era il prezzo da pagare per liberarsi delle tangenti e delle malversazioni tipiche delle aziende pubbliche, giova ricordare che nel 2019 la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta sulle gare bandite da Amsa S.p.A. nel 2017‐2018, nonché sulle forniture alla stessa effettuate da uno specifico fornitore. Insomma, non è la natura pubblica o privata dell’azienda a determinare la sua esposizione ai rischi di corruzione.

Comunque, a tutt’oggi AMSA svolge i servizi di igiene ambientale per il Comune di Milano, dal quale riceve 275 milioni di euro all’anno (bilancio 2019); mentre 66 milioni sono il corrispettivo dei servizi resi ad altri comuni. Il contratto è scaduto lo scorso 8 febbraio ed è stato temporaneamente prorogato.

Ma la situazione potrebbe avere presto sviluppi ben diversi.

La gestione dei rifiuti va in appalto

Il Comune di Milano, non essendo più il proprietario di AMSA, non può legittimamente affidare alla stessa i servizi in via diretta, come avveniva quando era una municipalizzata o, ancora, una spa totalmente pubblica.

E dunque, nel mese di gennaio di quest’anno, l’Amministrazione comunale ha indetto una gara europea a procedura aperta per l’affidamento del servizio di gestione dei rifiuti urbani, per la durata di sette anni, con un’eventuale proroga biennale. L’appalto, che si estende all’intero territorio comunale, è articolato in un unico lotto del valore di 2,4 miliardi di euro e comprende servizi promiscui, quali lo spazzamento, la raccolta, il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti.

Un’azienda privata del settore ha però impugnato la procedura davanti al Tribunale amministrativo regionale, sostenendo, in sintesi, che la previsione di un unico lotto per tutti i servizi e per tutto il territorio sfavorirebbe la partecipazione delle piccole e medie imprese. E il TAR ha sospeso la procedura, con ordinanza dello scorso 26 febbraio, che accoglie, seppure in via cautelare, le motivazioni della ricorrente.

Scrivono infatti i giudici amministrativi che “le argomentazioni sottese alla scelta per il lotto unico, sviluppate dal Comune di Milano, sono connotate da genericità e si risolvono in affermazioni tautologiche” e che “non risultano ponderate altre soluzioni, diverse dall’integrazione orizzontale e verticale realizzata con il lotto unico”.

Una gara che non piace al TAR

Non solo: la gara sarebbe in qualche modo concepita per favorire (oggettivamente) AMSA. Questo perché i termini per la presentazione delle offerte sarebbero troppo ridotti, pregiudicando “l’effettività della concorrenza”, in quanto l’operatore uscente, che gestisce da diversi decenni il servizio, sarebbe avvantaggiato; e ancora, per la mancata consegna ai concorrenti di numerosi dati informativi, che ovviamente AMSA già possiede.

Al di là dei tecnicismi giuridici, è evidente ciò che stanno dicendo i giudici, in una logica pienamente liberista e pro-concorrenziale: i servizi di igiene urbana del Comune di Milano devono essere “spezzettati” in più lotti ed essere eventualmente assegnati anche a più imprese. Chi si illude di poter mettere in moto processi di privatizzazione e poi di “addomesticarli” con gare appositamente strutturate è servito: troverà sempre qualcuno più privatizzatore di lui.

Sebbene il TAR si sia espresso per ora solo in sede cautelare (l’udienza per il giudizio di merito è fissata al 21 ottobre), è evidente che la prossima giunta comunale milanese rischia di trovarsi una bella gatta da pelare. Un lascito il cui ultimo atto – l’indizione della gara – è totalmente da addebitare all’Amministrazione di Beppe Sala e alle forze politiche che la sostengono.

Nubi scure si addensano all’orizzonte, in primo luogo per i lavoratori di AMSA, che potrebbero finire trasferiti in diverse aziende private, perdendo quindi l’unicità delle condizioni di lavoro e della contrattazione integrativa. E siccome i concorrenti potenziali di AMSA dovranno fare un’offerta particolarmente vantaggiosa per vincere, vorranno poi sfruttare ogni possibilità per ridurre il costo del lavoro e ricavare un adeguato profitto. Lo stesso dovrà fare AMSA, per tentare di battere la concorrenza.

Spezzatino di AMSA

Ma anche per i cittadini non si vedono vantaggi: un servizio frantumato, diviso a zone o per tipologie di attività, totalmente privatizzato, difficilmente sarà migliore di quello esistente.

Non è semplice ora capire come si possa salvare la situazione, per chi voglia mettersi nell’ottica di difendere il carattere pubblico dei servizi comunali. Ci si è spinti molto in là nel processo di privatizzazione, a differenza di quanto avviene, ad esempio, per l’azienda dei trasporti ATM, le cui quote societarie sono ancora tutte del Comune (ma anche qui, non mancano le preoccupazioni e le nubi all’orizzonte: si veda la vicenda del progetto “Milano Next”, di cui abbiamo più volte parlato su questo sito).

Per invertire la rotta, il Comune dovrebbe riacquistare da A2A il controllo di AMSA, sborsando non pochi soldi per qualcosa che era già suo; oppure creare una nuova azienda speciale, riassorbendo il personale di AMSA, con la specifica missione di occuparsi del ciclo dei rifiuti. In entrambi i casi, potrebbe poi procedere a un affidamento diretto (“in house”) e unitario. Comunque sia, un’operazione non semplice, che richiederebbe una forte volontà politica.

Non lo farà di certo Beppe Sala, se dovesse vincere le elezioni di ottobre, che di questa gara d’appalto è l’artefice; né lo farebbe il candidato di centrodestra (ricordiamo che fu proprio la Moratti a gestire l’operazione AMSA-A2A).

Quanto alla sinistra cosiddetta radicale (sembra che alle amministrative ci sarà un’ampia offerta di liste in questo ambito), sicuramente sono temi come questi che possono realmente caratterizzarla sotto il profilo programmatico. Ma non pare comunque destinata a risultati elettorali che diano la possibilità di influenzare realmente il corso degli eventi.

Bisognerà allora ragionare, possibilmente in uno spirito unitario, e assieme a quel che resta del sindacalismo conflittuale, di quali percorsi di lotta e mobilitazione si potranno mettere in campo, per ostacolare questo e altri percorsi di privatizzazione.

Intanto, una prima opportunità è disponibile: lo sciopero generale indetto dal sindacalismo di base per il prossimo 18 ottobre, che ha nella difesa dei servizi pubblici uno dei suoi punti qualificanti.

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